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I CELTI OSSOLANI
VAL VIGEZZO: NOVUMDUNUM
Nebbiuno, nel Vergante, dovette essere un popoloso centro prima
celta ed in seguito gallo-romano. Questo per le numerose
necropoli che, all’inizio del 1900, furono scavate da privati nel
territorio comunale con una larga messe di reperti archeologici che
come datazione coprivano il periodo compreso dalla fase culturale di
Golasecca al primo secolo dell’occupazione romana. Questo grande
numero di sepolture stava a dimostrare come la “Nuova fortezza” (Novurndunum)
come la chiamarono i romani mescolando la lingua celta con il
latino, era certamente uno dei centri urbani più importanti e più
vivi della sponda piemontese del Lago Maggiore. E’ una zona
felice come condizione climatica, con grande abbondanza di acqua
sorgiva e ricca di vegetazione.
Meno felice come posizione orografica: una terra che si arrampica
verso i contrafforti del Mottarone con catene di basse montagne e
cimette ricoperte di boschi, ma un tempo a pascoli, addossate le une
alle altre. Una terra che per essere coltivata bene ebbe
bisogno di essere terrazzata. Le necropoli erano situate dove
oggi vi è il centro storico del paese, ma dove era il luogo sacro
dove gli antichi abitanti di Nebbiuno andavano a pregare.
Quella combinazione di altari campestri, percorsi magici e sorgenti
che siamo convinti che essi debbano essere stati per i celto-liguri
che abitarono la nostra terra ed il cui spirito aleggia ancora nei
boschi, quello che sono oggi i Santuari ed i Sacri Monti per il
cristianesimo. L’acqua sacra donatrice di vita con cui le Matrone
benedicevano la loro gente. Portiamoci a Fossero al vecchio
lavatoio, un luogo tranquillo sotto le piante con una fonte da cui
sgorga un acqua purissima e fresca che sale dalle viscere stesse di
madre terra. Da qui seguiamo il sentiero che sale nel bosco.
Subito notiamo alla nostra destra antiche mura di terrazze, con a
volte strane camerette. Dopo una decina di minuti di salita in un
sentiero infossato, guardiamo a sinistra fino a scorgere su di noi
la sagoma incurvata di un bacino di cemento che oggi imprigiona
quella che una volta era la sorgente sacra. Arrampichiamoci
fino al bacino e cercando vicino ad esso troviamo un masso inciso e
che abbiamo chiamato “Sass d’or” non grande, ma recante 18 belle
coppelle sulla superficie, il numero delle coppelle in multipli di
“tre” e la sorgente vicina spiegano la sua importanza: è l’altare
dedicato al culto delle “Tre Sorelle” o “Matrone” dove si svolgevano
i riti dell’acqua benefica.
Tornati al sentiero si prosegue superando un erta salita che ci
conduce dove oggi, su di uno spiazzo panoramico, sorge una grande
croce, questo è il luogo dove fino al secolo scorso i nebbiunesi a
S. Giovanni e a S. Antonio accendevano i grandi falò della festa,
senza sapere così di imitare i loro antenati che nello stesso luogo
hanno compiuto lo stesso atto ad ogni volgere di stagione per
chiedere le grazie ai loro dei. A breve distanza gettato sul
vuoto strapiombo che sale vertiginosamente dalle ultime case del
paese, vi è il grande ammasso roccioso del “Sass Pizz” con una vista
meravigliosa che spazia su tutto il Verbano e le prealpi varesine
con i loro laghi. Sulla superfice del “Sass Pizz” sono state incise
alcune coppelle e parecchi cruciformi; su questo masso panoramico i
druidi dovevano alzare le braccia al cielo e invocare la buona
fortuna nei giorni dedicati al culto dei “Teutates”, gli dei locali
protettori della comunità, mentre 200 metri al di sotto, la gente
pregava ammassata nei campi. Un centinaio di metri dopo il
Sass Pizz, in località Poggio Alto, sulla destra si scorgono come
dei rudimentali antichi scalini di roccia: portano ad un complesso
di rocce su cui sono incise coppelle sparse, alcuni meandriformi e
croci antropomorfe. Sotto a queste rocce vi è un masso che nel
XVIII secolo fungeva da antico cippo di confine tra il territorio di
Massino Visconti e Nebbiuno, esso è ornato da un cruciforme
evidentemente protostorico con accanto una grande croce con coppelle
al termine dei bracci. Traversiamo un bellissimo bosco di
faggi, castagni e betulle. Gli antichi pascoli sono ricoperti
da alte felci.
Dopo il passo del Giogo, lungo il sentiero che si inerpica verso la
cima del Cornaggia vi è un piccolo masso isolato ornato da più di 9
cruciformi, alcuni sovrapposti, che è rinvenibile nel folto delle
felci. Altri affioramenti rocciosi nei pressi recano incisioni
di cruciformi o coppelle isolate. La vetta rocciosa è incisa
con cruciformi consumati dalle intemperie e coppelle sparse, un
incisione rappresentante un uccello ad ali aperte compare su di un
sasso isolato. Scendendo qualche metro dalla vetta, verso Nord,
un’interessante gruppo di rocce reca incisioni di croci antropomorfe
e su di un ripiano un poco nascosto sotto la vetta molte coppelle di
strana fattura come se fossero state sovraincise due volte.
Sempre scendendo il versante nord, a poche decine di metri dalla
vetta, un piccolo masso è ornato di tre cruciformi in ottimo stato.
Questo era il santuario ed il cammino sacro degli antichi abitanti
di Novumdunum, rispettiamolo.
MIGIAMDUNUM
Migiandone, antica fortezza celta divenuta nel medioevo stanziamento
dei Waiser. Nel bosco a monte del paese, seguendo la
mulattiera militare che porta alle postazioni della Linea Cadorna e
che parte dalla piazza della chiesa parrocchiale, poco dopo il
torrente,hanno ritrovato una strana costruzione antica in pietre a
secco, molto bassa e in grado di ospitare un uomo sdraiato.
Sulla lastra di copertura (di forma naturalmente irregolare) vi è
incisa una sola, grande coppella di cm. 25 di diametro e
profonda cm. 5/6 con un lungo canaletto che termina sul bordo
della lastra. Il significato di questa incisione isolata è
ancora oscuro.
Forse un altarino per sacrifici di animali? Lungo la mulattiera che
sale al santuario, appena fiori dell’abitato, molte lastre di
reimpiego recano incise parecchie coppelle. Pietre con
coppelle le troviamo anche alla frazione di Dorf, nelle case
abbandonate, utilizzate come sedili.
IL SIGNORE DEGLI ANIMALI
Kernunnos, Herne, Hu ‘Gardan sono i nomi della divinità che protegge
gli animali, da cui è attorniata e regna sulla foresta. Egli
da noi è Cernunno il “Signore degli animali”, il dio celta della
natura, detto anche “Uomo selvaggio dei boschi”, “Il Cacciatore
Divino” del folklore e delle leggende celtiche in cui si evidenzia
il suo ruolo di protettore degli animali che “caccia” a scopo di
preservare l’armonia della natura limitando il numero di una specie
quando essa si espande troppo a detrimento di altre. Cernunno
nasce ogni anno al Solstizio d’Inverno, si accoppia con la Dea Madre
a Beltane e muore al Solstizio d’Estate in un ciclo continuo di
vita, morte e reincarnazione.
Il ciclo annuale delle stagioni, il ciclo della vita umana.
Cernunno comanda, dan do e prendendo, le forze affive di vita e
morte della natura anche a causa del suo ruolo di “Guardiano dell’Altromondo”:
non il mondo degli Inferi ma bensì il mon do spirituale parallelo al
nostro situato in un’altra dimensione, il luogo dove hanno origine e
compimento tutte le potenziali forze che regolano le vite degli
umani e della natura. Come divinità dell’istinto animale che
vi è in tutti noi egli è un Dio sessualmente virile, legato a culti
per soli uomini, capace attraverso i riti di iniziazione di
traghettare l’adolescente attraverso i turbamenti della crescita
verso il suo ruolo di uomo e guerriero.
Ed è sotto questa forma che si presenta in un immagine incisa su una
pietra in una località montana situata nell’entroterra di Verbania
(Motta d’Aurelio) che si raggiunge salendo da Cossogno a Runchio
dove in posizione dominante a margine del paesino vi è il grande
masso utilizzato tuttora per accenderci sopra i falò legati alla
antica festa celtica di fine Luglio di ringraziamento per il
raccolto (Luganasad), oggi trasformata localmente nella festa della
Madonna del Buon consiglio, che mantiene il rituale preistorico
della accensione del grande falò di ringraziamento.
Questo masso, in posizione nettamente dominante, conserva sulla cima
tre (numero sacro) coppelle molto belle che evidenziano il suo uso
rituale. Confermato dalla presenza di altre coppelle sulla
roccia marginale.
A poca distanza dal paese (località “Giog di Tuchè”) lungo un
sentierino abbandonato e rischioso, che conduceva a Corte di
Miunchio, su di una roccia inclinata di quattro metri di lunghezza
sono incise 22 cruciformi, delle profonde tacche, forse fatte in un
secondo tempo per favorire il passaggio assieme ad alcune iniziali
ed a una data. Nei pressi altri cruciformi sono incisi su di
una roccia più piccola. Tornati a Runchio si segue il bel
sentiero, tra l’erba alta e le betulle, che conduce verso la cima
del Motto d’Aurelio. La zona mostra di essere stata utilizzata
a pascolo da tempi immemorabili.
Lungo il sentiero raggiungiamo Corte del Bo e poco prima vi è una
cappelletta, moderna santificazione inconscia di un luogo in sé già
magico, ed appena sopra di essa sono rinvenibili quattro rocce con
incisioni rupestri: due a sinistra e due allargate sulla destra,
mentre proseguendo vi è un altro gruppo di quattro rocce incise, tra
il sentiero ed il fiume, poste a breve distanza l’una dall’altra.
Escludendone una evidentemente incisa nel Medioevo abbiamo 7 rocce
ed il 7 è uno dei tre numeri sacri di tutta la tradizione sciamanica
indoeuropea; gli altri due sono il 3 rappresentante le tre classi
della società celta: sacerdoti- nobili-popolo, e nel personale:
mente-anima-corpo trascendente in positivo-neutro-negativo e nel
l’aspetto sessuale: maschio-femmina-androgino e il 4 ovvero i 4
elementi primordiali: aria-terra-acqua-fuoco. La somma di 3 e
4 dà 7: il numero dei nodi di energia nell’essere umano, chiamati
Chakra.
La posizione delle rocce è tale da evidenziare un percorso
magico-sacrale di ascesa ad un nodo di energia primigenia, cioè un
punto in cui vi è un accumulo di energia naturale che i nostri
antenati celti “sentivano” sulla loro pelle o calcolavano con metodi
di rabdomanzia e sensitività che ci sono tuttora sconosciuti.
Però per accedere a questa energia bisognava prima prepararsi
spiritualmente ed ecco allora che i sacerdoti creavano un percorso
che attraverso le sue tappe, i suoi mette in grado il fedele di
compenetrarsi di questa santità per annullarsi nell’estasi una volta
giunto ai punto culminante del pellegrinaggio: il nodo da cui si
sprigiona il misterioso potere della Dea Madre Terra. Motto
d’Aurelio sembra essere stato un Sacro Monte pagano dedicato a
Cernunno e probabilmente il ragazzo clic aveva appena raggiunto la
pubertà iniziava il suo percorso magico proprio da un immagine di
Cernunno incisa nella parte inferiore di una grande roccia
affiorante intervallata da ciuffi d’erba. Il dio è
rappresentato come uomo dalle corna di cervo, col braccio alzato che
stringe in pugno una spada mentre l’altra mano, sollevata come a
mostrare. Forma il cerchio atrotopaico del ciclo della vita
che come una circonferenza non ha inizio e non ha fine. Il
viso, visto di profilo, è ben rifinito realisticamente.
Per il resto la figura è stilizzata e lo stile (per altro simile ad
altre incisioni rupestri del Verbano e del Canton Ticino è quello da
far presumere un contesto lepontico del 11° secolo a. C. o di
epoca Gallo-Romana. Questa immagine ci rimanda ad una simile
del 1° secolo a. C. ritrovata a Cucuron, nel Vaucluse (Francia
del sud). Al di sopra della divinità vi sono li cruciformi,
stilizzazioni antropomorfe rappresentanti figure di oranti,
inframmezzate ad esse troviamo tre coppelle piccole ed una grande
doppia oltre a un cruciforme isolato affiancato da due coppelle e
una vaschetta rettangolare per l’offerta.
Gli altri settori della roccia presentano: li cruciformi e non a
caso il numero 11 nella tradizione magica eurasiatica rappresenta il
legame dell’uomo con l’inconscio collettivo che serve ad accedere
all’antico sapere, un balestriforme, un’incisione a P rovesciata, un
incisione a “8” rappresentante l’infinito nell’antica simbologia
indoeuropea, abbiamo inoltre una doppia coppella e per ultimo 3
cruciformi ognuno composto da due coppelle con un tratto
perpendicolare. Nel settore a monte oltre il sentiero,
troviamo un cruciforme, una coppella con brevi canaletti e un
balestri forme.
A monte della cappella, su una roccia, vi sono altri 11 cruciformi e
2 coppelle. Su questa roccia sono state incise nel medioevo 4
croci “potenziate” per cristianizzare il luogo, come con lo stesso
scopo sulla grande roccia di partenza troviamo una croce del 1500 d.
C. riquadrata con le lettere “C SHI B” che potrebbero essere
interpretate come “C-Salvatores Homini Iesus-B” (non è strano che la
scritta risulti così rovesciata? Dovrebbe essere IHS).
Il percorso giunge ora al sito più elevato: un grande affioramento
roccioso fin- gente da altare e sulla cui sommità vi sono 10
coppelle ben levigate e molto antiche poste in diretta
corrispondenza visiva con gli altri siti di incisioni rupestri della
Va Motto di Unchio e Monterosso. Data la presenza di sole
coppelle evidentemente qui giunto il devoto versava in esse la sua
offerta a Cemunno di latte o birra. Vicino in una piccola
forra scorre un torrentello che poteva fornire l’acqua per le
abluzioni rituali. Accanto ad una delle rocce incise vi è pure
un masso a scivolo. Sulla roccia che precede quella culminante
sono state incise nel medioevo alcune croci per difendersi da
un’energia ritenuta maligna dal cristianesimo e questa
interpretazione darebbe una spiegazione alle lettere di cui sopra.
E’ questo un sito sacro preistorico dedicato a Cernunno? Così
sembrerebbe. In ogni caso depone a favore di questa
interpretazione il fatto che il nucleo preistorico di incisioni sia
stato isolato magicamente con l’edificazione di una cappella e
l’incisione di croci cristiane poste a spezzare il sentiero quasi a
volere proteggere il nucleo abitato di Runchio da una forte energia
naturale considerata “Diabolica” dal cristianesimo.
Infatti tra tutte le divinità pagane fu proprio su Cernunno che si
scatenò maggiormente la furia iconoclasta e distruggitrice del
cristianesimo appena fu assicurato alla Chiesa un potere temporale
assoluto. Cernunno (che i Romani avevano equiparato a Pan per
il suo aspetto) fu indicato al popolino superstizioso come Satana,
l’arcinemico di Dio, il Demonio responsabile di tutto il male della
terra. Nel Vangelo e nella Bibbia Satana non è descritto
fisicamente se non vagamente quale “angelo caduto”, attribuirgli
l’aspetto munito di corna di Cernunno o di Pan fu un furbesco modo
per allontanare la gente semplice dell’Europa celtica dalla loro
divinità naturale favorita.
In Valle d’Ossola erano stati ritrovati due bassorilievi di epoca
gallo-romana, purtroppo molto consumati, recanti l’immagine di
Cemunno: riutilizzati quale materiale edilizio oggi sono su di una
parete esterna della chiesa romanica di S. Quirico, a Calice.
Sul bassorilievo posto più in alto Cernunno è in compagnia di altre
due divinità, mentre è presente come testa isolata in quello
inferiore. Altre immagini di un Dio cornuto assimilabile a
Cernunno erano state rinvenute tra il 1900 ed il 1940 a Nebbiuno e a
Levo, sopra Stresa. Purtroppo pare che siano andate disperse
dopo essere state portate al Museo Archeologico di Torino.
PASCOLI Dl TARANIS
Un meraviglioso mondo di pascoli d’alta quota che seguono i capricci
delle creste montane immerse nel profumo dei lanci, tra splendidi
fiori e rocce affioranti, punteggiati da nuclei di baite in pietra
disposti a semicerchio. Un mondo di pace c bellezza. Il
mondo immortalato da Segantini. La Colma di Craveggia in Val
Vigezzo. La bellezza del posto e la ricchezza del pascolo e
della foresta circostante suggeriscono che questo alpeggio (che
sappiamo usato dalla preistoria) doveva avere un utilizzo molto
lungo nel corso dell’anno. Ma questo paradiso ha un tempo
capriccioso e frequentemente si scatena il “Buzz:”. Il “Buzz”
è il temporale improvviso e selvaggio che scarica fulmini e tuoni su
uomini e bestie sotto una pioggia scrosciante. Il “Buzz:” fa
paura, e i pastori celti che alpeggiavano da tempi immemorabili su
questi pascoli quando si scatenava il temporale pensavano di essere
sotto gli strali di Taranis il temuto dio delle folgori. Ecco
così che il luogo andava protetto magicamente con altari di pietra
disposti a formare un semicerchio, un arco magico a protezione di
uomini e armenti. Un grande arco che parte da un masso con
l’impronta del fulmine e del sole, poiché anche Belenus deve essere
pregato per il suo potere fecondante, e termina con un altro simile.
Ancora oggi i vigezzini chiamano queste rocce incise “Sass d’la
lesna”, pietre del fulmine, forse in ricordo inconscio di vecchi
riti.
Saliamo da Vocogno alla Piana di Vigezzo (si può usare l’ovovia), e
prendendo il sentiero verso nord alla base del primo skilift abbiamo
la prima roccia incisa con coppelle e canaletto, proseguiamo salendo
sulla destra sino nei pressi di un ripido torrente situato poco
sopra lo skilift lungo la salita tra la Calanchella e Cima Trubbio:
vicino vi è una grande roccia in posizione panoramica con sopra 41
coppelle medie ed alcune grandi, canaletti e croci antropomorfe, due
con coppella alla base. Questi erano gli altari della Piana,
preambolo del percorso sacro. Percorso che seguiremo dopo
essere tornati al Rifugio portandoci alla chiesa di S. Rocco per un
comodo sentiero.
A S. Rocco ci troviamo al corno sud. Si dice che la chiesa fu
costruita come protezione contro le epidemie di peste. Ma S.
Rocco non è solo il pellegrino malato di Montpellier soccorso dal
cane, egli ha sostituito l’antica divinità zoomorfa, uomo- cane
divino, dei vecchi culti fallici agresti celto-germanici, legati
alla riproduzione degli animali. Ed in forma di uomo nudo, col
fallo eretto e le braccia lungo i fianchi, appariva su di una stele
preistorica rettangolare di pietra infissa a poca distanza dalla
chiesa (lo scalino del portico è un recupero che reca incisa una
coppella)
Questo povero dio della montagna venne poi “cristianizzato” (cioè
evirato) e la stele sagomata a croce. Dalla chiesa risaliamo
il sentiero trovando il primo grande masso inciso in realtà un
grande affiorainento roccioso che può essere suddiviso in 6 settori.
Qui nello spiazzo sottostante si svolgevano i rituali e molti
sacerdoti hanno inciso su questa pietra la loro offerta.
Prima abbiamo due massi dove si versavano le offerte preliminari,
con le loro coppelle.
Quindi i due altari con i fantastici solchi meandriformi incisi,
un’impronta di piede ed una profusione di coppelle tonde o ovali
grandi e profonde. Subito dietro altri due massi. uno
proprio sul sentiero, sempre per le offerte minori perché vi sono
incise solo 9 coppelle. Risaliamo il sentiero e al bivio
prendiamo per il prato sulla cui sommità si erge una grande croce di
legno. Poco sotto di essa abbiamo rinvenuto un bel masso altare
ovoidale isolato: qui la fantasia degli antichi si è sbizzarrita a
creare dei meandri fantastici ripieni di coppelle le cui forme
ricordano quasi un’esplosione solare! Chiamiamolo “Roccia del Sole”.
Dalla croce scendiamo all’Alpe Pidella e nel tratto di sentiero tra
l’ultima casa e l’abbeveratoio (è sintomatica l’abbondanza d’acqua
sorgiva lungo questo percorso sacro) sulle lastre a fianco del
sentiero vi sono coppelle isolate, coppelle e canaletto anche su di
una roccia verticale posta sotto il sentiero a bordo prato. Seguiamo
il sentiero per l’Alpe Colla, sul muretto di pietre a secco che lo
contorna a valle sono state utilizzate pietre piatte che recano
incise coppelle isolate, in ordine: dopo il primo gruppo di case di
fronte all’abbeveratoio di tronco scavato e sul masso che io
sostiene; 30 m. dopo croce antropomorfa 2 coppelle unite ad
arco, grande coppella con scolo; superato il pannello esplicativo
‘Il Larice’ sul muretto 2 coppelle; tratto in piano, breve salita e
qualche metro dopo una baita, sul solito muretto, due lastre: una
con coppella profonda con lungo canale che attraversa la lastra di
pietra, l’altra con coppella a due canalotti ricurvi. Si sale
e si ridiscende e dopo l’alpeggio con la stalla cd il lavatoio, a
monte del sentiero un piccolo masso ha una grande coppella profonda,
più avanti sempre a monte, dietro una baita complessa, due rocce; la
prima con coppella e lungo canaletto, la seconda: due coppelle unite
da canaletto ricurvo e grande coppella con scolo. Passato il
torrente prima di arrivare alla Colla superiore vi è un grande prato
a promontorio che si proietta verso valle cosparso di grandi rocce.
La roccia maggiore posta vcrso il pendio scosceso, con una grande
coppella profonda serviva probabilmente per i falò propiziatori,
sullo stesso pendio un masso ha inciso 5 coppelle, e pochi metri a
destra vicino ad un gruppetto di lanci un masso con altre 5
coppelle.
Giunti all’Alpe Calanca, a monte del sentiero masso chiaro con
coppella. Continuiamo per Alpe Colla superiore dove alle
spalle dell’ultima baita, segnalata da pannello, ecco il “Sass del
Ciudent”, un masso altare con un elaboratissimo intrico di incisioni
meandriformi con ben 120 coppelle, a fianco altra roccia triangolare
con 9 coppelle per le offerte preliminari. Scendiamo per il
pendio erboso verso l’ultimo nucleo di baite (Alpe Colla inferiore),
in mezzo alle quali, segnalato da pannello vi è l’ultimo “Sass d’la
lesna” trattasi di una grande roccia altare anch’essa totalmente
ricoperta di incisioni meandriformi e coppelle fantasiosamente
disposti. A qualche distanza, parallelamente alle baite e
verso il ripido pendio sono rintracciabili altre rocce incise minori
disposte in allineamento verticale.
Siamo al corno nord del semicerchio formato dal la linea
d’incisioni. Tra l’altro questo ultimo masso è in perfetta verticale
col precedente e chiude idealmente il percorso sacro essendo in
allineamento visivo con il primo “Sass d’la lesna” e la chiesa di S.
Rocco. Nessuno che sia giunto in questo punto e abbia guar
dato in distanza S. Rocco non può che trattenere il fiato di fronte
alla straordinaria bellezza di questa grande mezzaluna prativa che
pare precipitare verso il basso. L’impressione che si ha con questo
sguardo d’insieme trascende la bellezza per elevare il pensiero a
Dio, con qualunque nome Egli sia chiamato. Immaginiamo di
tornare indietro al VI secolo a. C. per un attimo: ecco la
processione di questi antichi, fieri, montanari celti, uomini, donne
e bambini, guidati dai loro uomini sa cri, seguire il percorso
cerimoniale che abbiamo appena concluso versando le loro offerte di
latte e idromele nelle coppelle di questi splendidi, fantastici
altari.
IL NEMETON DEL DRAGO
Il Nerneton era il bosco sacro degli antichi celti dove si
svolgevano i riti più segreti e avevano luogo le cerimonie di
iniziazione esoterica, quando i neofiti adolescenti ricevevano «da
bocca ad orecchio» le istruzioni segrete legate al Teutates, lo
spirito tutelare della tribù, ne acquisivano il potere e si
accollavano i doveri rituali, passando attraverso cerimonie di
purificazione e trasmissione di energia divina secondo un rituale
comune a tutta la schiatta indoeuropea di cui ci restano flebili
barlumi in alcune tradizioni popolari e costumanze cristiane.
Il Drago è l’antica divinità tellurica ossolana che il folklore
ricorda nel leggendario “Baz ‘elesch” (Basilisco) dal potere
pietrificante. In Val Vigezzo, a Malesco, dove si erge una splendida
fontana dedicata a questo fiabesco animale, si trovava il Nemeton
del drago. Il bosco sacro era dove ora è la pineta del Rio
Secco. In antico la vallata doveva essere ricoperta da spessa
foresta intervallata da zone prative, mentre grandi pascoli
ricoprivano le alture. L’altare preistorico (come al solito
chiamato Sass d’la lesna) è segnalato da una bacheca. Si trova
su di un lieve pendio erboso ed è una grande roccia bassa ricoperta
da incisioni meandriformi, coppelle e croci che creano un
incomprensibile disegno. Risalendo tra le conifere il pendio,
seguendo il sentiero, incontriamo un grande e bello masso a scivolo,
usato per i riti di fertilità femminile e quelli per aiutare la
crescita dei bambini gracili. E’ uno scivolo molto bello, la
cui grande usura dimostra i millenni di scivolate che ha dovuto
sopportare e che l’hanno sagomato; sulla cima ha un incavo naturale,
grande e profondo, che è stato lisciato e lavorato per dargli un
aspetto vagamente di rettile. Qui si raccoglieva l’acqua lustrale da
usare per la purificazione, il rito si doveva svolgere così: la
donna si sedeva sul bordo del masso ed il sacerdote la purificava
offrendole da bere una sorsata d’acqua dal palmo della sua mano, la
giovane si sciacquava la bocca sputando poi l’acqua (e con essa
gettava via i pensieri cattivi) quindi il sacerdote passava le mani
bagnate sul capo della ragazza infondendole energia sacra nella
mente. La giovane si lasciava andare in scivolata e mentre
scendeva la divinità racchiusa nella pietra penetrava in lei
rendendola fertile. La parte del rituale concernente la
purificazione con l’acqua è tuttora in uso nelle religioni Induista
e Buddista in India, Nepal e Tibet quale premessa ai riti di
iniziazione. Sul fianco del pendio scende dalla montagna un
ragguardevole torrente (oggi a secco) che ospitava lo spirito del
drago; questo fatto è evidenziato da un grande masso erratico il cui
ripiano è percorso da larghe incisioni meandriformi che richiamano
alla mente quelle della Colma eseguite con la tecnica a martellato e
prive di coppelle. Esso è posto sulla sponda, a breve distanza
a monte del masso a scivolo. Forse le incisioni vogliono
rappresentare l’impronta del drago?Riassumendo: il complesso sacrale
si compone di due massi altari, il masso a scivolo, un corso
d’acqua. Un insieme simbolico che è quasi di regola nel nostro
territorio. Un aspetto archeologicamente sospetto di questa
località è dato dalla presenza in luogo di mura a secco megalitiche
di grande spessore che danno l’idea di un terrapieno che si perde
nella boscaglia, queste rovine meriterebbero un’indagine.

KAVARDUNUM
«La fortezza dai muri di pietre» cosi suonava ad orecchie celtiche
il nome di Cavandone in età preistorica. Cavandone si trova sopra a
Suna, frazione di Verbania, sulle pendici del Monte Rosso. Per
collocazione, forma e morfologia il Monte Rosso è unico sul Verbano.
La sua cima che svetta isolata è in relazione visiva con ben 12
importanti siti dove sono state rinvenute incisioni rupestri!E da
essa lo sguardo spazia dalla valle del Toce al Cusio, dai monti
della Val grande ai laghi varesini. Certamente il villaggio di
Cavandone era già un punto di riferimento nell’epoca di Golasecca
(come dimostrato dai ritrovamenti archeologici della zona) e tutto
il monte doveva essere considerato un luogo sacro dove svolgere i
rituali che scandivano il ciclo dell’anno agricolo-pastorale, dato
che dalla sua cima, a quei tempi totalmente a pascolo, lo sguardo
spaziava nell’immensità del cielo. Quale luogo migliore per
osservare gli astri ed il percorso di Belenus, il dio Sole? Il sole
che scalda il Monte Rosso da tutti i lati rendendolo fertile, tanto
che fino al XVIII secolo l’uva vi cresceva rigogliosa ed il vino che
produceva era ottimo. Cavandone, per chi sa guardarsi attorno, è
ricco di testimonianze del passato, sia pure gettate qua e la tra
vicoli e cortili di impianto medievale: due teste scolpite romaniche
(o gallo-romane?) servono da sostegno ad uno scalino, splendidi
murtè antichi, di grandi dimensioni e vasche scolpite nella viva
pietra si nascondono negli anfratti del paesino a testimoniare di un
lungo, felice passato.
Giunti alla parte alta del paese che di per sé tradisce la vocazione
a fortezza, prendiamo il sentiero che scende verso Suna. Dopo 10
minuti vi è un vecchio cippo di confine in pietra con su “C” e “S” e
qualche metro più in la, sul bordo del bosco, vi è un grande masso
sulla cui superficie sono incise 24 coppelle di varie dimensioni,
ben rilevate e disposte a formare come una costellazione, ed
un’incisione reniforme più in basso.
Tornati al paese prendiamo la strada forestale che porta alla cresta
del monte e saliamo seguendo i primi tornanti fin che, cento metri
prima, vediamo a lato della strada un piccolo spiazzo boscoso vicino
ad una sorgente (e questo fatto non è casuale!) , qui vicino si
scorge un grande affioramento roccioso interrotto qua e là da ciuffi
d’erba su cui sono incise ben 30 coppelle di varia misura (alcune di
10 centimetri di diametro) ben fatte e levigate con cura, certamente
dell’eta del Ferro e disposte nel senso della lunghezza formando
come una linea ondeggiante. Due hanno un largo e corto canaletto.
Qui la gente di Kavardunun celebrava i suoi riti agresti. La
località è di grande effetto panoramico, lo sguardo spazia intorno a
360°.
Raggiunta la vetta del Monte Rosso seguiamo la strada che scende
(verso Intra) a mezza costa sotto la cima e notiamo sulla destra un
masso posto in una posizione panoramica da cui vediamo il Golfo
delle Isole Borromeo. Su questo erratico le incisioni sono su due
piani: sul piano alto vi sono 3 coppelle raggruppate e 9 altre
disposte a forma di freccia. Quindi abbiamo una vaschetta quadrata
accostata ad un’altra trapezoidale. Sul piano inferiore sono incise
8 coppelle, una con breve canaletto ricurvo, 3 sono disposte ad
ascia. Le due coppelle maggiori sono state approfondite in due
riprese.
Questa serie di 3 altari (tre numero sacro per eccellenza nella
tradizione celtica) come evidenziato dai siti nelle immediate
vicinanze dovevano essere dedicati rispettivamente a Lug, le Matrone
e Taranis.
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