..:: POESIE E SCRITTI SULLA NATURA
 

 

 

CAPRICCI

 

a Henry Winter.

I • Donna e gatta

 

Lei giocava con la sua gatta,

e quale meraviglia era vedere

la mano bianca e la bianca zampa

trastullarsi nell'ombra della sera.

 

Lei nascondeva - scellerata! -

sotto i guanti di filo nero

le unghie d'agata assassine,

taglienti e chiare come un rasoio.

 

Anche l'altra faceva la sdolcinata

e ritraeva gli artigli acuminati,

ma il diavolo non ci perdeva nulla...

 

E nel boudoir dove sonoro

tintinnava il suo aereo riso

brillavano quattro punti fosforescenti.

 

II • Gesuitismo

 

 

È ironico il Dolore che mi uccide e aggiunge

al supplizio il sarcasmo, e non tortura affatto

in modo chiaro: punzecchia con un sorriso falso

e in ridicola farsa trasforma il mio martirio,

e sulla bara in cui giace il mio Sogno putrescente

mugola un De Profundis sull'aria del Tradéri.

È un Tartufo che mentre infiocchetta di rose

Pompòn gli altari di Madonne corrucciate,

e intanto fa intonare a cori di fanciulli

quei cantici d'acqua tiepida in cui si bagna il cuore,

o inamidando gli amorosi soggoli

che serpeggiano nel sacro cuore delle Beate,

o dicendo il rosario a bassa voce,

mentre passa la mano sull'esile colletto,

mentre parla dell'anima compunto,

soltanto medita la mia rovina - infame!

 

III • La canzone delle ingenue

 

 

Noi siamo le Ingenue,

bandeaux lisci e occhi turchini,

che vivono quasi ignorate

nei romanzi poco letti.

 

Camminiamo abbracciate,

né la luce è più pura

del fondo dei nostri pensieri,

e i nostri sono sogni d'azzurro;

 

e per i prati corriamo

e ridiamo e cinguettiamo

dall'alba al tramonto

a caccia di farfalle;

 

copricapo da pastorella

proteggono la nostra freschezza,

i nostri vestiti - così leggeri! -

sono di estremo candore;

 

i Richelieu, i Caussade

e i cavalieri di Faublas

ci prodigano occhiate,

i saluti e gli «ahimè!»

 

ma invano, e le loro moine

vanno a rompersi il naso

contro le pieghe ironiche

delle nostre semplici gonne;

 

e il nostro candore si beffa

dell'immaginazione

di quei conquistatori

benché talvolta sentiamo

 

battere il cuore sotto i nostri manti

a certi pensieri clandestini,

nel saperci le amanti

future dei libertini.

 

IV • Una gran dama

 

 

Bella «da far dannare i santi», da turbare sotto il cappuccio

un vecchio giudice! Portamento da imperatrice.

Parla italiano - e i suoi denti scintillano -

con un leggero accento russo.

 

I suoi occhi freddi, dove lo smalto incastona il blu di Prussia,

hanno il lampo insolente e duro del diamante.

Per lo splendore del seno, per il candore

della pelle, nessuna regina o cortigiana,

 

neppure Cleopatra la lince o la gatta Ninon

eguagliano, no!, la sua bellezza patrizia.

Vedi, buon Buridano, «Costei è una gran dama!».

 

Niente da fare, bisogna adorarla in ginocchio,

distesi, non avendo altri astri nei cieli che i suoi folti rossi capelli,

oppure frustarla in faccia, questa femmina!

 

V • Il signor Prudhomme

 

 

È molto serio: è sindaco e padre di famiglia.

Il colletto gli inghiotte gli orecchi. Gli occhi

galleggiano indolenti in un sogno senza fine,

e la primavera in fiore splende sulle sue pantofole.

 

Che gliene importa dell'astro d'oro, o del viale

dove canta nell'ombra l'uccello, o dei cieli,

e dei verdi prati, delle radure silenziose?

Il signor Prudhomme pensa a sposare la figlia

 

con il signor Machin, giovanotto facoltoso.

È di buona condizione, botanico e panciuto.

Quanto ai facitori di versi, buoni a nulla e cialtroni,

 

ha orrore di quei fannulloni barbuti e scapigliati

più ancora che del suo eterno catarro,

e la primavera in fiore splende sulle sue pantofole.

 

Savitri

 

 

 

 

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