Mare

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Il pianeta dell’acqua
Che la faccia della Terra sia diversa da quel la di tutti gli altri corpi del Sistema solare, ormai, nessuno può più negano. Basta dare un’occhiata alla serie di fotografie qui ac canto. Esse rappresentano vari corpi del Sistema solare, tutti fotografati più o meno dalla stessa distanza (qualche decina di migliaia di chilometri) da diverse sonde spaziali. Mercurio, Luna, Marte e i suoi due satelliti Phobos e Deimos non hanno pudori: mostrano con chiarezza, anche a migliaia di chilometri di distanza, una superficie butte rata da milioni di crateri grandi e piccoli; Giove e Venere, invece, sembrerebbero conservare il mistero su quanto è nascosto dal soffice manto che mostrano all’obiettivo. In realtà, gli astronomi sanno che Giove non ha nulla da nascondere perché nella sua quasi totalità è costituito dalla impalpabile materia visibile sulla sua superficie esterna: è un gigantesco pianeta su cui nessuna astronave potrebbe mai atterrare perché non contiene alcuna superficie solida su cui un oggetto potrebbe posarsi; è una gigantesca palla in parte liquida e in parte gassosa. Il discorso è assai diverso per Venere che, in effetti, sotto le nubi nasconde una solidissima superficie rocciosa. Ma chi pensava di ritrovare, sotto quella cortina, un panorama analogo a quello della Terra è stato duramente disilluso dalle sonde sovietiche Venera 9 e Venera 10 che nell’ottobre 1975 si sono posate al suolo e hanno inviato a Terra due fotografie del “pianeta del mistero”: un de serto pauroso su cui grava un’atmosfera den sa, velenosa e pesantissima. Il 31 maggio 1977 poi un breve comunicato della NASA dichiarava di aver chiuso i collegamenti con la sonda Viking 2 operante su Marte.
Ed ecco, invece, la Terra. Anche a migliaia di chilometri di distanza il colore dominante,sotto il bianco delle nubi, non è il marrone dei continenti ma l’azzurro, il colore dell’ac qua. La foto, da sola, è sufficiente a giustificare per la Terra l’appellativo di “pianeta dell’acqua”. In più ci sono le misure dei geografici su una superficie totale della Terra di i0 milioni di chilometri quadrati, ben 361 milioni sono coperti d’acqua, il che significa che gli oceani coprono più del settanta per cento (70,8 per la precisione) della superficie del nostro pianeta. Paradossalmente potremmo dire che la superficie della Terra è costituita dagli oceani, interrotti qua e là da masserelle di terra emersa, i continenti.

Le montagne in fondo al mare
Possiamo oggi dire che gli oceani sono la testimonianza più concreta che la Terra è un pianeta vivo; nei suoi oceani infatti, è più precisamente nelle sue “catene montuose” sotto- marine, si nasconde il meccanismo che modifica continuamente l’aspetto geografico del nostro pianeta.
Lo studio della prima “catena montuosa” sottomarina, successivamente nota come Dorsale Medio-Atlantica, iniziò nel secolo scorso con la prima vera spedizione oceanografica, quella della nave inglese Challenger. questa la prima nave dotata di un vero laboratorio scientifico di bordo, un laboratorio adatto a compiere analisi chimiche, biologiche, paleontologiche, e completamente attrezzata per tutta una serie di misure da compiere in mare. Parte da Portsmouth nel dicembre 1872 per una crociera che durerà quattro anni e la porterà in ogni angolo del globo. Fino a quel momento si pensava agli oceani sostanzialmente come ad enormi catini pieni d’acqua, i quali, in linea di massima, dove vano essere via via più profondi mentre ci si allontanava da riva. La Challenger doveva cancellare definitivamente questa immagine. Pochi giorni dopo la partenza, infatti, come previsto dal programma, il lungo scandaglio di bordo (una fune tenuta tesa il più possibile da un peso) viene calato in pieno Atlantico. Ci si aspetta di misurare profondità eccezionali: non è questa la prima misura; già più di una volta — da quando la nave è uscita dalla Manica per avventurarsi in Atlantico — la fune è scesa fin sul fondo: ed ogni volta la profondità misurata, secondo le previsioni, è andata aumentando; si è arrivati a superare i 4000 metri di profondità. Ma ora, in pieno Atlantico, la tensione del cavo che si era andato srotolando per quasi due chilo metri si è improvvisamente allentata: il peso ha già toccato il fondo. La misura viene ripetuta: ma il risultato è identico. Non c’è dubbio: in pieno Atlantico la profondità dell’oceano è minore che non presso le sue rive, proprio come se nel fondo si innalzasse una montagna.

Isola di Santorini

L’isola di Santorino (qui sopra), che sorge nel Mare Egeo a un centinaio di chilometri a Nord di Creta, è quanto resta di un grande vulcano sprofondato sul fondo del mare circa 1450 anni prima di Cristo. Alcuni resti archeologici dimostrano che a quell’epoca Santorino era abitata da una popolazione di civiltà piuttosto avanzata. Alcuni ritengono che essa sia la favolosa Atlantide dì cui parla Platone e rappresentata nel disegno a fronte.

Un continente scomparso?
Tutta una parte della crociera della Challener viene dunque dedicata a misure di profondità al centro dell’Atlantico. Piano piano ci si rende conto che le prime misure non erano casi isolati; che sul fondo dell’Atlantico non vi era soltanto un picco montuoso sommerso, una specie di isola mal riuscita. No, si trattava di ben altro: un grandioso sollevamento si allunga sul fondo dell’oceano quasi certamente a metà strada tra Europa e Nord America, tra Africa e Sud America.
Ai momento nessuno comprese l’importanza della scoperta; la spiegazione scientifica di questa particolarissima struttura della asse terrestre doveva arrivare quasi un secondo dopo. Durante questo intervallo di tempo anzi, il riconoscimento di un grande masso montuoso al centro dell’Atlantico ha dato luogo a un mucchio di favole parascientifiche. La prima è quella di Atlantide, il continente scomparso: una favola, quella di Antartide, in cui realtà storiche e scientifiche mescolano alla fantasia e alla istintiva riluttanza dell’uomo a comprendere intervalli di tempo molto pi6 lunghi della sua vita e del la sua storia. Non dimentichiamo che in quello scorcio del secolo scorso Heinrich Schliemann, io scienziato archeologo tedesco, leggendo molto attentamente l’Iliade era riuscito a localizzare la favolosa Troia che la cultura ufficiale dell’epoca riteneva una città immaginaria. Chi aveva letto Platone sapeva che il filosofo greco aveva dato una descrizione di Atlantide ancora più accurata di quella fatta per Troia da Omero, a proposito di un’isola popolosa e improvvisamente scomparsa nel passato. E ora gli oceanografi ritornavano con dati oggettivi che indicavano la presenza di un grande sollevamento, scientificamente inspiegabile, al centro dell’Atlantico. Per molti quella dorsale sottomarina rappresentò ciò che restava di un continente scomparso; e probabilmente di quello stesso cui alludeva Platone, la favolosa Atlantide. (2)

Un ponte tra i continenti
Ma quella di un continente tra Europa, Africa e Americhe, era anche una vera esigenza scientifica sul finire del secolo scorso. Gli zoologi e i paleontologi dell’Ottocento, infatti, si erano trovati di fronte ad alcune situazioni abbastanza inspiegabili per quanto riguardava la distribuzione di animali attuali e del passato. Per esempio, come giustificare la presenza della fauna a marsupiali in Australia? Dalla paleontologia, infatti, si sapeva che i marsupiali erano nati nel Nord America, si erano trasferiti in Sud America e là si erano sviluppati e diffusi in gran numero. Ma come potevano essere arrivati in Australia, distante dall’America meridionale decine di migliaia di chilometri? I paleontologi, inoltre, sapevano che alcuni rettili fossili avevano una distribuzione molto strana. Il mesosauro, per esempio, era un “lucertolone” che viveva negli stagni d’acqua dolce nell’Africa occidentale: aveva tutt’altro che la struttura del grande nuotatore. Eppure resti certi di questo animale si trovavano anche presso le coste dell’America meridionale. Come aveva potuto il mesosauro compiere questo viaggio attraverso più di 6000 chilometri di acque oceaniche? Poi c’erano anche i botanici e i paleobotanici che avevano i loro problemi: vi erano alcune piante del passato che si erano diffuse quasi ovunque, per esempio in Africa, India, Australia e America meridionale. Bastava il vento a giustificare la distribuzione di spore e semi su cosi grandi di stanze? E se così era, perché gli oceani appaiono oggi come barriere insormontabili per la distribuzione delle piante attuali?
Insomma, ce n’era abbastanza, per chi si occupava di piante e animali del presente e del passato, per desiderare la presenza di fasce di terre emerse che avessero collegato in certi momenti del passato i continenti attuali e tali da consentire migrazioni di specie animali e vegetali. Per tutti costoro la scoperta del corrugamento simile a un massiccio montuoso sui fondo dell’Atlantico era un’in sperata conferma di questa ipotesi.

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