Orto

La cura dell’orto

La riproduzione nell’orto

Fra le diverse fasi della coltivazione di ortaggi la riproduzione non è probabilmente la più importante, ma rappresenta sicuramente il momento più bello e più ricco di significato. Le modalità di riproduzione dei vegetali sono molteplici: un’esperienza millenaria di coltivazione ha individuato per ogni specie i procedimenti più validi. ½ presentiamo quindi una breve rassegna ditali modalità, illustrando per ciascuna le tecniche più efficaci. Per quanto dettagliata possa esse re la descrizione delle fasi operative e per quanto rigoroso possa essere l’orticoltore nel metterle in pratica, avvisiamo che solo l’esperienza può colmare la distanza che separa un tentativo da un successo: la riproduzione dei vegetali, chiamata più propriamente ‘propagazione’, richiede una cena dose di pazienza e la possibilità di raffinare nel tempo le proprie tecniche, anche in relazione alle specifiche condizioni ambientali (terreno, soleggiamento, aria, acqua ecc.) e climatiche.In natura le piante si moltiplicano per mezzo dei semi. E, questo, un metodo di riproduzione sessuale (o gamica), perché il seme nasce dalla fusione dell ‘ovulo femminile e del polline maschile. Moltissime specie però sono in grado di moltiplicarsi anche per via vegetativa (o agamica). Un ramo flessibile si piega verso terra, emette radici, dà origine a una nuova pianta e si ha la propaggine. Un ramo spezzato cade a terra, vi radica, nasce una nuova pianta ed ecco la talea.

Riproduzione per semina e trapianto

Con la germinazione del seme nasce una nuova pianta ed è un momento particolarmente critico che non sempre viene superato felicemente: la natura cerca di porre rimedio a questa difficoltà facendo in modo che le specie vegetali producano grandissime quantità di semi di cui è sufficiente, che riesca a germinare anche una parte esigua per conservare la Specie.L’orticoltore invece deve cercare di ridurre al minimo il divario tra il numero di semi collocati nel terreno e quello dei semi germinati.
La buona qualità dei semi è la fonda mentale condizione di partenza, mentre l’adeguata e tempestiva preparazione del terreno è la seconda condizione richiesta.Bisogna a questo punto fare una distinzione a proposito delle caratteristiche del seme e della pianta: alcune specie infatti si prestano a essere seminate direttamente ‘a dimora’, cioè nello stesso posto dove poi cresceranno e verranno raccolte; altre necessitano invece di una fase intermedia, devono cioè essere seminate in un luogo appositamente preparato, il semenzaio, da dove saranno trasferite a dimora solo dopo avere superato le prime fasi di sviluppo.

La semina in semenzaio

Un altro aspetto fondamentale è che la superficie ridotta consente la possibilità di proteggere molto bene dal freddo e dalle intemperie le pianticelle in una fase critica della loro crescita: questo permette anche di ‘forzare’ certe coltivazioni per ottenere delle primizie.
La funzione del semenzaio è di far germinare i semi in un luogo protetto in attesa che le piantine siano robuste a sufficienza da poter essere colloca te definitivamente a dimora in piena terra. La sua utilità è duplice: non si tratta semplicemente di far superare alle piante un periodo critico per il loro ciclo biologico, trapiantando poi solo le migliori, ma si raggiunge anche lo scopo di guadagnare tempo per la coltura, mettendole in semenzaio quando ancora il clima è troppo rigido per la piena terra e collocandole nell’aiuola appena possibile. E per questo che il semenzaio è quasi sempre collocato in un ambiente pro tetto. Il semenzaio beneficia quindi di condizioni particolarmente favorevoli alla germinazione delle piante e puòessere realizzato come porzione pro tetta di terreno oppure in vasche larghe e basse riparate da vetri chiamate ‘cassoni’ La semina in semenzaio o in cassone richiede poi, a un determinato stadio di sviluppo delle pianticelle, il successivo trapianto nell’aiuola.Salvo specifiche esigenze di alcune colture, la germinazione in semenzaio è senz’altro da preferirsi per almeno due ragioni. Primo, perché permette un uso più razionale della superficie orticola: infatti una piantina alle prime fasi di crescita occupapoco spazio e può essere anche molto vicina alle altre, mentre la distanzanecessaria allo sviluppo adulto sarà invece rispettata nella collocazione definitiva nell’aiuola. Secondaria mente perché il semenzaio consente di selezionare gli esemplari migliori in una fase ancora iniziale, quando le cure dedicate non sono un investimento cospicuo rispetto al numero di pianticelle.

Come usare il semenzaio

Per esempio, volendo destinare a semenzaio un’aiuola dell’orto, si sceglierà quella meglio esposta a mezzo giorno; uno strato di letame, magari di cavallo, non molto decomposto collocato a 5-6 cm di profondità potrà permettere con la sua fermentazione il mantenimento di una temperatura più elevata del terreno e favorire le nascite.Nel semenzaio le semine sono ordinariamente piuttosto fitte, anche se bisogna badare a una distribuzione omogenea per evitare che le piantine nascano troppo vicine e tendano a ‘filare’ crescendo verso l’alto e divenendo deboli: un seme ogni due centimetri è una buona misura, che però non Si riesce a rispettare se i semi sono troppo piccoli. In questo caso è utile distribuire i semi con un pezzetto di cartoncino piegato a metà,magari dopo averli mischiati con sabbia per ottenere una semina più rada e omogenea.Dopo la semina i semi vanno coperti col terriccio e la superficie va pressata in modo uniforme, per esempio con un’assicella di legno; poi bagnate bene la terra, usando un annaffiatoio con doccia finissima per non smuovere il terreno di copertura.Si possono realizzare semenzai in cassette, che sono più facili da curare e da tenere in un ambiente protetto, in casa, sulla veranda ecc.; esistono in particolare cassette apposite, larghe e basse, in plastica o in terracotta; quest’ultima è migliore perché protegge i semi dagli sbalzi di temperatura. Preparando il semenzaio in cassetta si ottengono due vantaggi: il primo è quello di una più facile protezione dal freddo; il secondo è dato dalla possibilità di usare terriccio appositamente preparato per la semina. Sopra uno strato di ciottoli o di cocci, che faccia da drenaggio sul fondo della cassetta, stendete uno strato di torba e sabbia, con eventuale aggiunta di concimi appositi, il tutto finemente sminuzzato e ben miscelato. Fate attenzione ai lati e agli angoli e lasciate un margine di 1 02cm dal bordo per far posto all’acqua delle annaffiature; se i semi sono molto minuti, spargete l’ultimo strato di terra o di sabbia con un setaccio molto fine.Inoltre, al momento del trapianto, sarà possibile portare le cassette vicino all’aiuola di destinazione, rendendo così più rapida l’intera operazione.

Il trapianto

Il trapianto delle piantine dal semenzaio al campo deve essere effettuato quando queste hanno tre o quattro foglie oltre a quelle embrionali ed è passato il pericolo di gelate. È meglio farlo in giornate coperte o al tramonto, per evitare una eccessiva traspirazione nel momento delicato del cambiamento ambientale. Bisogna dapprima prelevare le pianti ne sollevandole con una spatolina, che va affondata a qualche centimetro di distanza dalla pianta, passando- la al di sotto delle radici; aiutandosi con le dita, occorre sollevare poi la zolla di terra e districare le singole piantine, che avranno parte delle radici sottili intrecciate, cercando di danneggiarle il meno possibile. Per gli ortaggi precoci (sedani, pomodori, lattughe o cavoli primaverili) è importante eseguire la ripicchettatura: questa pratica consiste nel prelevare le migliori tra le giovani pianticelle e trapiantarle di nuovo in semenzaio o in singoli contenitori allo scopo di rinforzarle prima dello spostamento definitivo a dimora. Altri ortaggi, invece, si trapiantano direttamente a dimora in pieno campo, quando hanno già raggiunto un buon sviluppo. Nel caso dei porri, prima del trapianto è utile accorciar ne le radici fino a I .5 cm e le foglie fino a 12 cm.Per quanto riguarda le rape e le lattughe, bisogna interrarle parzialmente, in modo che il ‘cuore’ affiori dal suolo, mentre è necessario interrare solo fino alle prime foglie cavoli, pomodori, melanzane e porri.Una volta che le piante sono a dimora, è buona norma comprimere la terra intorno alle radici, schiacciandola con una spatolina tenuta obliqua mente a qualche centimetro dalla base delle piante. Si devono piantare con l’aiuto di una paletta tutte quelle piante con apparato radicale molto espanso, come quelle seminate in vaso, In questo caso occorrerà fare una buca abbastanza profonda e larga da contenere l’intero pane di terra. Dopo avere posizionato le piante si dovranno riempire accuratamente i vuoti intorno alla zolla con la terra smossa in precedenza, comprimendo la con le mani attorno al piede delle piante. Dopo il trapianto, è importante annaffiare abbondantemente, ma con delicatezza.

Il trapianto ‘facilitato’

Da qualche anno si sono andate diffondendo diverse tecniche di semina che consentono di eliminare la fase del trapianto e la conseguente estrazione della pianta dal terreno, con il relativo trauma provocato alle sue radici. Queste tecniche, impiegate soprattutto negli orti e nei vivai professionali, offrono vantaggi anche all’amatore: vasetti in terracotta o di plastica (dai quali l’estrazione risulta più facile) vanno riempiti col solito composto per la semina e poi semina ti con una sola piantina per vasetto; al momento del trapianto si potrà estrarre la piantina con tutto il ‘pane’ di terra e in questo modo collocarla a dimora senza recarle nessun disagio. Un altro metodo simile consiste nell’utilizzare vasetti di torba o gusci d’uovo tagliati a metà e appoggiati nella sabbia: entrambi vanno riempiti di composto per la semina e seminati.

La semina a dimora

La semina sul campo, direttamente nel posto dove le specie dovranno completare il loro sviluppo, riguarda sia gli ortaggi per i quali non si ricerca un’anticipazione forzata della produzione con la semina in ambiente protetto, sia tutte le piante che manifestano difficoltà a sopportare il tra pianto. Si può seminare a spaglio, a file, o in una successione di piccole buche (postarelle).La semina a spaglio consiste nel distribuire la semente spargendola con la mano. La semina a file è la più impiegata per l’orto, in quanto facilita la distribuzione dei semi, il successi vo diradamento e la lavorazione del terreno. La semina a postarella è da riservare ai semi più grossi, da interrarsi in gruppi a seconda della specie. L’esecuzione della semina diretta mente a dimora richiede un’ accurata preparazione del terreno. Se le aiuole sono state lavorate bene, con almeno una ventina di giorni di anticipo, prima della semina è necessario completare la rottura superficiale delle zolle con la zappa prima e col rastrello metallico poi. Il terreno ben preparato crea condizioni favorevoli alla nascita delle piantine, ma non solo di quelle da noi seminate: molti semi di erbe infestanti, che si trovano già nel terreno, germinano infatti dopo essere stati portati in superficie dalle lavorazioni. Per evitare che le piantine subiscono la concorrenza delle infestanti, almeno nelle prime fasi di vita, è sufficiente bagnare bene la superficie lavorata, attendere qual che giorno la germinazione delle erbacce e poi ripassare col rastrello per eliminarle e preparate il terreno per seminare.

Tecniche di distribuzione del seme

Quasi sempre la distribuzione del seme in piena terra si fa al fondo di so precedentemente tracciati con la zappetta. L’operazione è semplice: innanzitutto bisogna determinare la distanza tra le file richiesta dalla specie di ortaggio che stiamo per seminare, poi con la cordicella e i picchetti individuare la direzione lungo la quale scavare il solco e solo quando tutti i solchi sono aperti si può cominciare la semina.In genere i semi degli ortaggi che non richiedono il trapianto non sono molto piccoli e possono agevolmente essere lasciati cadere a uno a uno dalla mano nel fondo dei solchi, alla distanza richiesta dalla specie semi nata. Se invece i semi sono piccoli è opportuno mescolarli con sabbia di fiume asciutta per poterli distribuire in modo uniforme oppure, per evitare di sprecarli, si può ricorrere all’uso del seminatoio.

La semina ‘a postarella’

E’ una variante da adottare per i semi grossi, per esempio per i fagioli, e che consiste nel far cadere insieme ogni volta tre o quattro semi in una buchetta per poi coltivare la più vigorosa tra le piantine nate.Con alcune sementi, come quelle di ravanello, cicoria o carota, si può anche evitare di scavare le buchette e seminare direttamente sul terreno dell’aiuola: così facendo, però, saranno poi più complicate la ricopertura dei semi e la pressatura del terreno, operazioni indispensabili affinché il seme possa germinare.

La semina in solco

Praticati i solchi e completata la distribuzione dei semi, si richiudono i solchi con il rastrello e poi col dorso di esso si compatta bene il terreno battendolo leggermente, oppure, più rapidamente, si cammina lungo il solco per seminare (è più comodo procedere a ritroso) e con un movimento del piede si copre il seme con la terra e subito si preme per compattarla bene.

La semina a spaglio

Questa tecnica richiede una certa abilità per ottenere una distribuzione regolare e viene eseguita a mano spargendo i semi con un movimento rota torio del polso: si raccomanda di e tare di seminare nei giorni ventosi.Il letto di semina ideale sarà composto da una parte di terriccio ricco ben lavorato, una parte di torba e quattro parti di sabbia di fiume.A primavera è opportuno aspettare prima della semina che il terreno si sia riscaldato ed evitare che sia in zuppato d’acqua o, al contrario, troppo asciutto, Si semina a spaglio su terreno unito e quindi bisogna poi spargere su tutta la superficie uno strato uniforme di semi in questo caso la pressatura può essere eseguita col dorso del badile, se la superficie non è molto grande, altrimenti bisogna ricorrere al rullo, In ogni caso badate a non ricoprire con uno strato troppo alto il seme per non creare difficoltà alla futura piantina: di solito è sufficiente uno spessore di due-tre volte il suo diametro.In linea generale, la profondità di semina dipende dalle dimensioni dei semi: sarà necessario ricoprire i semi grossi con uno strato di terriccio pari a doppio del loro spessore. Anche la natura del terreno può influenzare la profondità di semina: in un terreno sabbioso i semi andranno interrati più profondamente che in un terreno pesante. Dopo la crescita delle piantine, che sono state seminate a una distanza minore di quella richiesta per il loro sviluppo definitivo, per essere sicuri di averne un numero sufficiente è necessario provvedere al loro diradamento, eliminando quelle più deboli e troppo vicine.Talvolta può essere necessaria, prima della semina o de] trapianto, una preparazione particolare del terreno in cui i solchetti sono sostituiti da grosse buche, o grossi solchi (profondi fino a 40 cm), che hanno principalmente una funzione di conservazione del calore per la pianta che vi viene coltivata: è il caso delle zucche, dei cocomeri e degli asparagi.

Gli ambienti protetti

Il pensiero corre subito alla serra, possibilmente riscaldata, ma ci sono validi sostitutivi per ottenere discreti anticipi sulle normali epoche di raccolta.Innanzitutto la casa, sfruttando i davanzali interni delle finestre del lato sud o ovest, o, meglio ancora, la veranda. Poi il cassone, anche se fatto con materiali di fortuna (assi di legno per pareti e una vecchia finestra per coperchio); si ricordi che la copertura in PVC sostenuta da intelaiature in legno può essere usata non solo per il semenzaio ma anche per coprire aiuole intere e proteggere una coltura fino alla raccolta. Infine il semplice metodo di coprire con una lastra di vetro i semenzai in cassetta, almeno fino a quando le piantine hanno messo due o tre foglie.Infine è utile controllare con un termometro a massima e minima le caratteristiche climatiche dei vari ambienti che possono essere scelti, Un’ultima precauzione, che va presa soprattutto nel caso del cassone e della copertura in vetro, consiste nel pone attenzione agli eccessi di umidità che sono facili a prodursi in ambienti chiusi: uniti alla temperatura ancora bassa, possono provocare gravi attacchi di malattie fungine, muffe e marciumi.

Riproduzione per talea

La talea è una porzione diramo, provvisto o meno di foglie, oppure una porzione di foglia o anche di radice, che si preleva da una pianta (detta pianta-madre) e viene quindi interrata, La talea interrata emette radici e germogli dando origine a una nuova pianta che ha caratteristiche perfetta mente identiche a quelle della pianta- madre. E un metodo di riproduzione agamica, ovvero asessuata, e la nuova pianta che si ottiene è un ‘clone’:possiede il medesimo corredo genetico della pianta-madre e quindi le stesse caratteristiche.
Occasionalmente può succedere che la nuova pianta presenti una qualche mutazione genetica: in tal caso il clone può dare origine a una nuova varietà ed è per questa ragione che la talea è adottata da alcuni vivaisti a scopi sperimentali.La propagazione per talea è oggi poco usata nella pratica delle coltivazioni ortofrutticole, mentre un tempo era frequente utilizzare tale sistema per gli agrumi e per la vite.
Per il buon risultato della moltiplicazione per talea sono indispensabili quattro condizioni: scegliere con cura la talea. prelevarla al momento giusto, piantarla in un substrato adatto e darle un’atmosfera adeguata.

Scegliere con cura la talea

A seconda della specie si utilizzano germogli o altre porzioni di pianta non ancora lignificati (talee erbacee), o parzialmente lignificati (talee semi- legnose), o già lignificati (talee legnose). Le talee erbacee, generalmente prelevate all’apice dei rametti, emettono radici con particolare facilità: devono essere provviste di gemme ben formate e non in via di schiusura. È importante che le talee vengano prelevate da soggetti perfettamente sani.

Prelevare la talea al momento giusto

Le talee si eseguono in primavera e in estate con del materiale vegetale provvisto di foglie, mentre in autunno e in inverno sì utilizzano talee prelevate dopo la caduta delle foglie.Le talee primaverili sono prevalente mente erbacee o semilegnose, effettuate con l’apice di rametti appena germogliati, mentre quelle autunnali o invernali sono prevalentemente legnose e vanno prelevate dopo la caduta delle foglie.

Piantare la talea in un substrato adatto

Si chiama substrato la terra in cui le talee vengono messe a radicare. Deve essere leggero, permeabile e in grado di riscaldarsi facilmente. Nella fase iniziale il miglior substrato è costituito dalla sabbia; ma è un sub strato inerte e privo di elementi nutritivi e la talea non può permanervi molto a lungo. È perciò opportuno aggiungere alla sabbia un p di torba, che ha caratteristiche più vicine al terreno colturale. La temperatura del substrato deve essere un po’ piu elevata di quella dell’aria e ciò si ottiene mediante la tecnica del riscaldamento basale (resistenza elettrica disposta sui fondo del cassone di moltiplicazione, collocazione del cassone su superfici riscaldate ecc.)

Piantare la talea in un’atmosfera adeguata

Un’atmosfera umida e con tempera tura costante facilita la radicazione:l’elevata umidità dell’aria è importante soprattutto nel caso di talee erbacee e provviste dì foglie, in quanto riduce la traspirazione ed evita il precoce appassimento della talea. Un ambiente protetto e umido può essere ottenuto mediante la tecnica della ‘forzatura’, che consiste nell’ isolare la parte aerea della talea dall’ambiente circostante mediante un sacchetto o un recipiente di plastica, fino al momento in cui la radicazione è sicura. Anche una buona illuminazione è condizione importante per la radicazione. Ecco perché la talea va isolata dall’ambiente circo stante con del materiale trasparente. La luce favorisce dunque la radicazione, ma non deve essere troppo intensa altrimenti accelera la traspirazione.

Riproduzione per propaggine

La riproduzione per propaggine sfrutta il fatto che dai tagli non cicatrizzati, praticati sui rami, possono formarsi nuove radici se la parte è in contatto col terreno o con altro mezzo radicante.Molte piante arbustive si propagano spontaneamente per propaggine:
infatti il costante sfregamento di alcune ramificazioni contro il suolo dovuto all’azione del vento può provocare delle abrasioni alla corteccia e da queste porzioni della pianta si sviluppano le nuove radici. Sovente la riproduzione per propaggine ha successo quando fallisce quella per talea.Questa tecnica è molto usata per diverse piante ornamentali, mentre per le colture dell’orto il suo impiego è limitato ad alcune piante arbustive come il lampone o la mora Nella moltiplicazione per talea siasporta dalla pianta-madre una porzione vegetante; nella moltiplicazione per propaggine, invece, il ramo che darà origine a una nuova pianta viene lasciato attaccato alla pianta- madre, che provvede a nutrirlo e verrà separato da essa solo quando avrà emesso le proprie radici.

Tecniche per la riproduzione per propaggine

Il metodo consiste nel piegare verso terra un giovane ramo della pianta- madre: una porzione di esso, tra il suo punto di origine e il suo apice (deve comprendere un nodo), viene interrata e fissata al terreno con una forcella o con un uncino; infine va coperta con uno strato di terriccio di 5-8 cm. Per facilitare l’emissione di radici si pratica un’incisione longitudinale sulla porzione di ramo intenata. La porzione di ramo che spunta dal terreno va mantenuta verticale con l’ausilio di un tutore.
Quest’operazione può essere eseguita in piena terra, usando uno dei rami più bassi e flessibili oppure si può interrare il ramo in un vaso riempito di terriccio, posto vicino alla pianta- madre. il primo metodo presenta il vantaggio di non richiedere cure particolari una volta eseguito, mentre interrando la propaggine in un vaso risulta più facile il successivo tra pianto, perché non è difficile estrarre la nuova pianta con l’intera zolla dove ha sviluppato le nuove radici.

Riproduzione dei tuberi

Nel caso degli ortaggi da tubero, non si ricorre ai semi per la riproduzione, bensì alla collocazione sotterranea dei tuberi stessi, che nel loro ciclo vegetativo ne originano diversi altri: il tubero di gran lunga più importante per l’alimentazione umana è la patata e si propaga proprio con questa tecnica.Un tempo si utilizzavano porzioni di patata che contenessero almeno una gemma, la cui presenza è essenziale per dare avvio al processo di germi nazione: oggi si preferisce interrare l’intero tubero, per evitare che sulla parte tagliata possano attecchire batteri o altre affezioni che comprometterebbero totalmente l’esito della coltivazione.Per la collocazione sotterranea dei tuberi si parla usualmente di ‘semina’, anche se a rigore sarebbe improprio: la semina si effettua in solchi di 1o cm di profondità in terreno a medio impasto e tendenzialmente acido. Si utilizzano patate piuttosto grosse, dotate di almeno 3 o 4 gemme che é importante rivolgere verso la superficie del suolo all’arto della messa a dimora.

I diversi metodi di protezione delle giovani colture

Pacciamature

Abitualmente viene utilizzato un film di PVC o di PE (polietilene) opaco e di colore scuro che si stende sul terreno e si fissa ricoprendone i bordi con la terra.Con questo sistema è possibile ottenere un anticipo di una ventina di giorni e anche più nelle colture di molti ortaggi.

Tunnel di plastica

Con teli di PVC o PE trasparenti si realizzano tunnel di varia grandezza, a seconda dell’ampiezza dell’aiuola da ricoprire: il sistema è pratico ed efficiente e consiste nell’appoggiare il film di plastica teso sopra archetti di legno o metallo, fissandolo bene ai lati.
Per alcune colture sono indicati i tunnel alti abbastanza da potervi lavora re comodamente; in orticoltura questi tipi di tunnel si usano spesso in combinazione con la pacciamatura.

Campane di plastica

Sono usate su larga scala nella forza tura delle coltivazioni orticole perché consentono di migliorare le caratteristiche di molte specie, in particolare delle insalate di cui favoriscono l’imbianchimento e una migliore consistenza. Il loro effetto consiste nella
creazione di un po’ più caldo dell’esterno e al riparo da correnti d’aria.Le campane di plastica trasparente sono usate anche per proteggere le piantine ai primi stadi di sviluppo:inoltre consentono la forzatura delle coltivazioni realizzando anticipi di qualche giorno.

Bottiglie di plastica

Per proteggere le giovani pianticelle appena trapiantate, si può evitare l’acquisto di campane in plastica da orticoltura e ottenere lo stesso effetto utilizzando le comuni bottiglie di plastica: basta tagliarle a metà e collocare la parte superiore a protezione della pianta,infilandola poco nella terra. In questo modo inoltre si può regolare l’aerazione mettendo o togliendo il tappo.

Piccole coperture in legno e plastica

Sotto questa definizione si può classificare una numerosa varietà di protezioni delle colture orticole che hanno in comune i materiali con cui sono realizzate, cioè legno e plastica; solitamente sono di piccole dimensioni, trattandosi di semplici intelaia ture in legno, spesso realizzate con materiali di recupero, e poi ricoperte di fogli di plastica trasparente. Per quanto piccole, è bene che tali strutture vengano saldamente fissate al suolo per evitare che siano spostate dal vento.Pratiche e leggere sono le strutture realizzate con listelli di legno e snodi di plastica per le connessioni: ne esistono in commercio diversi tipi, da ricoprire con film di PVC.

Lastre di vetro

Di uso semplicissimo, bisogna solo fare attenzione alla loro fragilità: si tratta di collocare la lastra vicino, a colture da proteggere (di solito semine di cui bisogna accelerare le nascite), conficcandole nel terreno fra esse e il sole, meglio se con una leggera inclinazione verso nord, per sfruttare maggiormente il calore dei raggi solari.

Il cassonetto

Il vetro resta il materiale più usato nella costruzione dei cassonetti, la cui struttura principale può essere realizzata in muratura o in legno. In questo secondo caso, essendo senza fondo, possono essere spostati per essere collocati nel luogo più opportuno o per proteggere questa o quella semina a seconda delle esigenze.Il perimetro è rettangolare e il telaio vetrato è incernierato su un lato in modo che possa essere tenuto più o meno aperto in rapporto alle condizioni climatiche e alla temperatura.Con un po’ di attitudine ai bricolage, si possono realizzare cassonetti perfettamente efficienti e con poca spesa.

La riproduzione nel frutteto

Le piante arboree da frutto hanno in linea di massima caratteristiche assai diverse dalle piante dell ‘orto: innanzitutto hanno il fusto ligneo e una vita media di gran lunga superiore, poiché alcune possono vivere per parecchi decenni.Le tecniche di riproduzione sono quindi molto diverse fra loro, tanto che si possono a ragione dividere in due grandi categorie:
• riproduzione per seme;
• altri metodi di moltiplicazione utilizzando parti delle piante stesse.

La riproduzione per seme

Questo sistema di riproduzione dà la possibilità di avere degli individui che, in genere, sono vigorosi in quanto hanno un miglior apparato radicale e un miglior sviluppo vegetativo. L’inconveniente è che non si hanno di solito delle piante e dei frutti che riproducono le caratteristiche delle piante-madri da cui hanno avuto origine. I semi, infatti, derivando da fecondazione incrociata, possono dare origine a frutti con forma, sapore e colore anche molto diversi.

Altri metodi di moltiplicazione

La propagazione degli alberi da frutto effettuata utilizzando parti di piante (detta anche ‘agamica’) può essere realizzata per propaggine, per margotta, per talea o per innesto: gli ultimi due mezzi sono i più comunemente usati. Questi sistemi permettono di moltiplicare una certa varietà conservandone fedelmente tutti i caratteri.

La talea

La talea è costituita da una parte di ramo, di fusto o di foglia che, posta in adatte condizioni, è in grado di emettere delle radici e di sviluppare dei germogli dando origine a un nuovo individuo. Di solito le talee sono costituite da parti di rami di uno o più annidi età.
Si dà il nome di ‘barbatella’ alla talea che abbia emesso delle radici. Le talee di vite, di cotogno, di fico radicano con una certa facilità, mentre più difficilmente si possono ottenere talee radicate da altre specie frutticole.

L’innesto

L’innesto è un metodo di moltiplicazione vegetativa che consiste nell’uni re porzioni di piante diverse, ma che presentino delle affinità e appartenga no alla stessa famiglia botanica, cosicché esse, saldandosi, costituiscano una nuova pianta. Tale metodo è comunemente utilizzato per moltiplicare gli alberi da frutto, ma viene anche usato nel caso di alberi e di arbusti ornamentali. Grazie a esso si possono moltiplicare quelle piante che non è possibile, o non è consigliabile, riprodurre per seme o per talea. L’innesto si pratica anche per consentire la crescita di una pianta in un terreno non adatto o per sottrarla ad alcune malattie o parassiti, come nel caso della vite.
La nuova pianta ottenuta per innesto è quindi costituita da due parti chiamate ‘bionti’, di cui quella sotto il punto d’innesto fornisce l’apparato radicale ed è detta porta innesto (o ‘soggetto’ o selvatico’), mentre quella sopra fornirà la chioma ed è detta ‘marza’ (o anche, in rapporto alle diverse regioni, ‘oggetto’, ‘nesto’, ‘domestico’, ‘gentile’)

Gli scopi dell’innesto sono molteplici:

per esempio è utilizzato per ottenere piante che non si possono riprodurre per seme o moltiplicare per talea; oppure per poter coltivare specie e varietà non adatte a un certo terreno o un certo ambiente (per esempio, pesco innestato sul susino o sul mandorlo, a seconda che si voglia impiantare in terreni rispettivamente pesanti e umidi o asciutti e superficiali); oppure per prevenire i danni dei parassiti (esempio classico, la vite europea innestata su viti americane resi stenti alla fillossera); ancora, per ringiovanire piante invecchiate, per pro pagare piante aventi tutte le caratteristiche della pianta-madre e così via, Infine l’innesto consente di rimuove re le piante e di modificarle: può capitare, per esempio, che una certa varietà di frutta non vi soddisfi più e in tal caso basterà innestare sulla vecchia pianta una nuova varietà.

Il portainnesto e la marza

Prima di procedere all’innesto occorre procurarsi il portainnesto scegliendolo con cura e badando innanzitutto che sia adatto al clima e al tipo di terreno in cui si vuole piantarlo e che inoltre sia sano, vigoroso e di misura adatta a ricevere la marza. il portainnesto può essere ottenuto da seme, oppure comperato sotto forma di piantina presso i vivaisti specializzati. La marza è destinata a costituire la parte aerea della nuova pianta ed è a essa che si affida la fruttificazione della specie prescelta; ‘e indispensabile che venga prelevata da una pianta- madre sana e che abbia tutte le caratteristiche della specie che si vuole propagare.Solitamente si innesta in marzo-apri le, cioè all’inizio della ripresa vegetativa, oppure in estate, da luglio a settembre; è in ogni caso necessario che le piante da innestare siano in ‘succhio’, ossia la loro corteccia si deve staccare facilmente dal legno sotto stante.Questo fenomeno si verifica più volte all’anno in epoche diverse a seconda delle differenti specie. E necessario che la marza che si va a prelevare si stacchi facilmente dalla pianta madre e che altrettanto facilmente si riesca a tagliare e a sollevare la corteccia del portainnesto sotto la quale esso andrà inserito. Per la buona riuscita delle operazioni è anche indispensabile servirsi di coltelli da innesto ben affilati. Se si innesta in estate, in genere la marza è prelevata al momento del l’operazione, mentre se si innesta alla ripresa vegetativa si utilizzano marze prelevate durante il periodo invernale e conservate al fresco (per esempio sotto strati di sabbia a ridosso di un muro esposto a nord).

Requisiti necessari per l’innesto

Tuttavia tali importanti scopi possono essere ottenuti solamente se si rispettano delle precise condizioni per garantire l’ attecchimento dell’innesto, Occorre innanzitutto che esista affinità d’innesto tra marza e portainnesto e cioè che le due parti siano in perfetta armonia dal punto di vista anatomico e fisiologico. Non sempre l’affinità è legata al grado di parentela: infatti melo e pero non sono compatibili mentre lo sono pero e cotogno; molte volte poi l’affinità cessa con l’innesto reciproco, invertendo cioè le parti. Altra importante condizione è che lo stato vegetativo della marza sia in ritardo rispetto a quello del portainnesto: spesso occorre infatti prelevare in inverno le marze e conservarle fino al momento dell’innesto in luoghi adatti, senza farle germogliare. L’innesto poi deve essere eseguito all’epoca giusta e i tagli, da praticarsi con gli appositi coltelli da innesto, devono essere netti e precisi. Di notevole importanza è che le due zone generatrici poste a contatto combaci no perfettamente.

Strumenti e materiali impiegati nell’innesto

Per assicurare una maggiore solidità all’innesto sono quasi sempre indispensabili le legature, che vengono fatte con l’uso di legacci per lo più di rafia.Tale materiale si mantiene tenace per un tempo sufficiente a garantire l’attecchimento dell’innesto, quindi si rompe facilmente quando marza e portainnesto si ingrossano, evitando così dannose strozzature. Da tempo vengono usati legacci di gomma o plastica tenuti in sede con del filo di ferro, oppure sono impiegate strisce di corteccia di salice o olmo: sono sistemi più pratici, ma che talvolta possono non avere i requisiti, descritti in precedenza, di adattamento allo sviluppo della pianta.Per ovviare a un’eccessiva perdita di umidità, a pericolose infiltrazioni di acqua nel punto d’innesto e soprattutto per impedire l’attacco di parassiti che troverebbero facile attecchimento sulle parti di legno scoperte, occorre ricoprire di mastice le sezioni di taglio e la testa della marza.Il mastice può essere dato a freddo o a caldo, a seconda che richieda o meno il riscaldamento prima di poter essere applicato. In commercio ne esistono vari tipi che possono soddisfare ogni esigenza.

I diversi tipi di innesto

Innesto a gemma (o a scudetto)

E’ un metodo d’innesto molto utilizzato per gli alberi da frutto, per i rosai e per un gran numero di altre piante.La gemma viene prelevata dal fusto della pianta che si vuole moltiplicare e deve essere provvista di un pezzetto di corteccia legnosa.L’operazione può essere effettuata in primavera, da aprile a giugno: in tal caso la gemma può svilupparsi immediatamente e l’innesto è detto ‘a occhio vegetante’; mentre se si esegue più avanti, nel corso dell’estate (luglio-settembre), la gemma si svilupperà solo la primavera successiva e l’innesto viene detto ‘a occhio dormiente.Il portainnesto va scelto giovane (fino a tre anni) e lo scudetto si preleva da un rametto dell’anno; sarebbe anzi meglio staccare con un certo anticipo delle marze e da queste prelevare poi gli scudetti (preferibilmente dalla parte centrale del rametto dove le gemme non sono nè troppo grandi né troppo piccole).Se si innesta in primavera, le marze si possono prelevare durante l’inverno e conservare al fresco fino al momento dell’innesto.Nella corteccia del portainnesto si pratica un’incisione a T, si solleva delicatamente la corteccia e sotto di essa si inserisce Io scudetto, quindi si lega saldamente con rafia, senza coprire né la gemma né il moncone di picciolo fogliare che si trova sotto di essa.
Non si deve usare mastice. Se, dopo qualche tempo, il picciolo ingiallisce e cade spontaneamente, l’innesto è attecchito e bisogna togliere i legacci; in caso contrario il picciolo resta attaccato e la gemma secca.Perché la gemma attecchita possa svilupparsi occorre tagliare il fusto del portainnesto 2-3 cm sopra il punto d’innesto.

Innesto a spacco inglese semplice

Si tratta di un sistema comunemente utilizzato dai vivaisti per innestare giovani arbusti, conifere o anche talee. E d facile esecuzione e consiste nell’unire due porzioni di uguale diametro recise con un taglio obliquo avente la stessa inclinazione. Si procede nel seguente modo: si taglia il portainnesto a una certa altezza (supponiamo, per esempio, che si tratti di un giovane fusto) con un taglio obli quo molto inclinato la cui lunghezza deve essere uguale a tre volte circa il diametro de] fusto. È importante che ìl taglio sia lungo e inclinato per riuscire a legare saldamente le due parti da unire. La difficoltà consiste nel recidere poi la marza con un taglio identico, in modo che entrambe le superfici di taglio combacino perfettamente Talvolta, per dare maggiore solidità all’innesto, si introduce un pezzo di filo di ferro nel midollo.Questo innesto si esegue in primavera, in marzo-aprile. È utile ricordare che la marza deve essere provvista di almeno una o due gemme. Qualche volta si opera in questo modo a fine stagione, in settembre-ottobre, utilizzando innesti prelevati direttamente dalla pianta da riprodurre; in questo caso le gemme si svilupperanno nella primavera successiva.

Innesto a doppio spacco inglese

Questo innesto differisce dal prece dente unicamente per il fatto che nelle superfici di taglio del portainnesto e della marza si pratica un taglio obliquo in modo da formare una linguetta e si fanno quindi combaciare le due superfici di taglio incastrando le per mezzo delle due linguette. Solitamente si esegue un taglio un po’ meno inclinato che nell’innesto a spacco semplice, di lunghezza pari a una volta e mezzo circa il diametro, ma l’unione tra le due parti risulta ugualmente solida.Si utilizza, anche industrialmente, per innestare gli alberi da frutto e gli arbusti ornamentali ed è il metodo normalmente adottato per la vite, per la quale si usano come portainnesti talee che non hanno ancora emesso radici. Si mettono quindi questi innesti-talee in un miscuglio di torba, sabbia e segatura a 25-30 °C in modo che l’emissione delle radici avvenga durante il processo di saldatura del l’innesto.

Innesto a spacco comune

Il portainnesto viene reciso all’altezza voluta con un taglio orizzontale, quindi si pratica in mezzo alla superficie di taglio una fenditura verticale usando un coltello da innesto o una piccola roncola, a seconda del diametro de fusto che sì deve innestare. La marza deve essere provvista di alme no due o tre gemme.Immediatamente sotto la gemma più bassa si praticano due tagli obliqui in modo che la base della marza sia a forma di cuneo.Con una spatola si allontanano delicatamente i due lembi della fenditura praticata sul portainnesto e si inserisce quindi la marza: è utile che la porzione tagliata a cuneo di questa sia piuttosto lunga in modo che il contatto tra i due bionti sia esteso.Si possono inserire anche due marze alle due estremità della spaccatura: si ha allora l’innesto a due marze, che in genere si utilizza quando il diametro del portainnesto è molto maggiore di quello della marza o quando si teme che una marza non debba attecchire in questo caso infatti resta la seconda e pertanto le possibilità di successo sono raddoppiate.
L’innesto viene completato legando i due bionti con rafia o legacci e spalmando le superfici tagliate con l’apposito mastice per innesto.
L’innesto a spacco comune si esegue all’inizio della ripresa vegetativa, oppure anche verso la fine di tale periodo: nel primo caso si utilizzano marze prelevate durante l’inverno e opportunamente conservate, nel secondo il prelievo dalle piante da moltiplicare viene fatto quando è il momento di innestare. È comunemente usato per gli alberi da frutto e per gli alberi e gli arbusti ornamentali.

Innesto a intarsio

Viene anche chiamato innesto a incastro e rispetto a quello a spacco questo metodo ha il vantaggio di evitare le profonde fenditure radiali o diametrali del portainnesto.Sul portainnesto si asporta un pezzetto di corteccia e di legno in modo da formare una piccola cavità; quindi si taglia la base della marza in modo da darle una forma che corrisponda esattamente alla cavità scavata (per esempio nell’innesto detto ‘a triangolo’ si pratica nel portainnesto un’incisione angolare, mentre nella parte inferiore della marza si fanno due tagli convergenti) e infine si legano le due parti innestate e si spalmano le ferite con mastice per innesti.

Innesto a corona

Si esegue, solitamente all’inizio della primavera, su piante adulte e quindi di notevoli dimensioni, per ringiovanirle se sono malate o danneggiate o anche per sostituire la varietà che forma la chioma di un albero da frutto (si parla allora di reinnesto).La pianta che si vuole innestare deve essere comunque sufficientemente vigorosa perché l’innesto possa riuscire e viene preparata durante l’in verno ‘capitozzandola’ (cioè tagliando il tronco sotto l’inserzione delle branche) oppure lasciandole solo i rami più grossi fortemente accorciati con un taglio orizzontale. Sempre d’inverno si prelevano le marze e si conservano al fresco affinché restino in stato di riposo vegetativo fino al momento dell’innesto: ogni marza deve essere provvista di due o tre gemme e la sua base viene recisa con un solo taglio obliquo, oppure con due tagli obliqui convergenti ad angolo acuto in modo da formare un cuneo.L’innesto si esegue inserendo sotto la corteccia della pianta da innestare diverse marze disposte a corona intorno alla superficie di taglio:occorre quindi che la pianta sia in succhio, altrimenti per inserire la marza occorre incidere la corteccia con un taglio verticale e sollevare i lembi della fenditura. Il numero delle marze da inserire intorno alla superficie di taglio dipende dal diametro di quest’ultima. L’operazione si conclude legando e spalmando l’apposito mastice

Innesto per approssimazione

In questo tipo d’innesto la marza non viene staccata dalla pianta madre se non dopo l’attecchimento. I due bioni ti devono trovarsi (io vaso o in piena terra) uno accanto all’altro e da un ramo di entrambi si asporta un uguale pezzo di corteccia; si mettono quindi a contatto le due superfici scoperte e si legano i due rami. Quando l’attecchimento è avvenuto, si stacca la marza dalla pianta madre con un taglio eseguito sotto il punto d’innesto.Questo metodo d’innesto si usa per propagare le specie da frutto e orna mentali difficili da moltiplicare con gli altri metodi.

Altri metodi d’innesto

I metodi d’innesto che abbiamo descritto sono i più comuni ma ne esistono alcune varianti che si utilizzano in casi specifici.

Innesto a pezza:

Si tratta di un innesto in cui lo scudetto è formato da una gemma provvista di un pezzo di corteccia rettangolare. Sul portainnesto si asporta un pezzo di corteccia della medesima forma e dimensione e al suo posto si applica lo scudetto. È un metodo d’innesto utilizzato per alberi da frutto esotici.

Innesto ad anello:

E’ una particolare versione dell’innesto a pezza. Sul portainnesto si asporta un anello di corteccia e lo si sostituisce con un altro provvisto di una o più gemme prelevato dalla pianta da moltiplicare. Di solito questo tipo di innesto riesce facilmente purché lo si esegua quando le piante sono bene ‘in succhio’.

Innesto a spacco laterale:

Si effettua in serra, su piccoli arbusti ornamentali coltivati in vaso.Sul portainnesto si pratica un’ incisione obliqua dall’alto verso il basso, partendo dalla corteccia e spingendo si fino ai tessuti più interni, nella quale si inserisce successivamente una marza con la base tagliata a forma di cuneo.Innesto a carrello; differisce dall’innesto a spacco comune perché è il portainnesto che viene tagliato a cuneo, mentre la fenditura è praticata nel nesto.

Sterilità delle piante da frutto

Dopo un periodo detto giovanile in cui avviene il primo sviluppo vegetativo e la formazione della chioma, le piante da frutto cominciano a fruttificare. Ciò non sempre si verifica e, talvolta anche dopo un certo numero di anni, la pianta non fiorisce; può anche succedere che, pur fiorendo in modo normale, i fiori cadano senza dare frutto.Si tratta di casi di sterilità dei quali è opportuno fare cenno per l’importanza pratica che ne deriva nei confronti della redditività del frutteto.Le cause di sterilità possono essere diverse e ognuna di esse comporta differenti procedimenti di correzione.

Squilibri nutritivi

Uno dei motivi per cui la pianta, pur avendo un florido aspetto, non dà fiori può dipendere da squilibri nutritivi collegati a un eccessivo vigore vegetativo. Per far si che la pianta fiorisca e fruttifichi si può procedere in due diversi modi: o riducendo l’afflusso della linfa che proviene dalle radici oppure cercando di rallentare la discesa delle sostanze che vengono elaborate dalle foglie, in modo che rimangano più facilmente a disposizione di quelle gemme che si dovranno trasformare in fiori.Il primo procedimento, che consisterebbe nell’amputazione primaverile di una parte delle radici, non è consiglia bile in quanto dà origine a notevoli inconvenienti, primo fra tutti l’indebolimento eccessivo della pianta.E invece utilizzabile il secondo pro cedimento, in quanto per ostacolare la discesa di sostanze elaborate dalle foglie si può, molto semplicemente, applicare i cosiddetti ‘cinti fruttiferi’:sono strisce di lamiera con cui si fasciano una o più branche, oppure anche il tronco della pianta che si vuole indurre a fruttificare.La striscia viene stretta fortemente con robusti fili di ferro e. con il successivo accrescimento della branca, si realizza una costrizione, nella circolazione delle sostanze elaborate dalle foglie, che è spesso utile alla fruttificazione. Quando si sia ottenuto il risultato di far fiorire la pianta, il cinto deve essere asportato per evita re possibili inconvenienti allo sviluppo successivo.

Mancanza di fecondazione

Esistono dei casi in cui la pianta fiorisce ma non riesce a fruttificare.Ciò dipende dalla mancata fecondazione, che è da mettersi in relazione ai fenomeni di auto sterilità e di inter-sterilità.

Autosterilità

Per ‘autosterilità’ si intende l’impossibilità da parte di un fiore di autofe condarsi. Infatti quasi tutte le specie frutticole, pur avendo fiori eimafroditi, cioè dotati sia di organi maschili che femminili, non sono in grado di auto fecondarsi e abbisognano di polline estraneo, proveniente da varietà colturali diverse: non tutte sono adatte a fungere da impollinatrici ed è perciò estremamente importante, anche perché esistono i fenomeni di inter sterilità, come vedremo fra poco, conoscere le migliori varietà impollinatrici per ciascuna varietà colturale, in modo da poterle consociare nel frutteto per ottenere buoni risultati.

Intersterilità

Per ‘intersterilità’ si intende l’incapacità presentata da alcune varietà coi turali della stessa specie di fecondarsi vicendevolmente. Anche per questo problema l’elenco riportato è di estrema importanza e i] frutticoltore dovrà tenerne debito conto al mo mento della scelta della varietà.Alla varietà colturale principale sarà sufficiente, nella grande maggioranza dei casi, intercalare, ogni 6-8 esemplari, una pianta d’una buona varietà impollinatrice, per assicurarsi un risultato positivo.Molto vantaggiosa è la presenza di insetti impollinatori, quali le api che favoriscono notevolmente il trasporto del polline da un fiore all’altro. Sarà molto opportuno perciò, nell’effettuare i trattamenti insetticidi, tener conto dei danni che potrebbero esse re arrecati a questi utilissimi collaboratori.Qui di seguito riportiamo una tabella che potrà essere molto utile per risol vere questo genere di problemi.

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