Il prato

Il prato: l’irrigazione

Se è vero che l’acqua migliore per bagnare il prato è quella piovana, è altrettanto vero che da sola raramente è sufficiente. Così com’è indubbio che un prato per vivere ha bisogno di acqua, non fosse altro perché essa rappresenta quasi l’85% del volume delle piante che lo costituiscono. Da tutto ciò ne deriva che l’innaffiatura è un’operazione indispensabile per avere tutto l’anno un prato folto e sano.
Le erbe del prato, come qualunque altro organismo vegetale, hanno bisogno di acqua. Ne hanno bisogno per rimpiazzare le perdite di vapore acqueo che si verificano attraverso gli stomi (presenti su foglie e steli) quando questi, aperti, permettono l’ingresso della anidride carbonica (CO2) necessaria per la fotosintesi, e dell’ossigeno (O2) indispensabile per la respirazione cellulare; ne hanno bisogno perché nell’acqua del terreno sono disciolte le sostanze minerali impiegate nei processi metabolici.
Provate ad osservare quali trasformazioni subisce il vostro prato se in primavera o in estate, a una settimana-dieci giorni dall’ultima pioggia, non lo innaffiate. Il primo segno sarà una perdita di elasticità dell’erba il cui colore diverrà opaco e scuro. Se l’aridità continua, le foglie assumeranno sfumature bluastre o blu-grigiastre; poi ingialliranno fino a diventare brune. A questo punto il danno è davvero grave, probabilmente irreversibile. L’aridità può inoltre favorire l’insediarsi di patogeni e erbe infestanti capaci di sopravvivere anche in condizioni estremamente secche e di prendere il sopravvento al ritorno dell’umidità. Quindi avere un bel prato, o forse sarebbe meglio dire per avere un prato, è importante non stancarsi di bagnare, bagnare, bagnare.

Quando irrigare. In un clima come il nostro, di tipo mediterraneo, l’autunno e l’inverno sono periodi di tutto riposo per il “giardiniere” adibito all’irrigazione del tappeto erboso: le precipitazioni e l’umidità ambientale, infatti, sono in genere più che sufficienti. Primavera ed estate, al contrario, rappresentano i momenti critici in cui le innaffiature si fanno via via più frequenti.
Come regola generale è preferibile irrigare quando la temperatura ‘ dell’acqua si avvicina a quella del terreno, non quindi nelle ore più calde della giornata ma all’alba o al tramonto quando la terra non si è ancora riscaldata o si è già raffreddata: si eviteranno pericolosi shock termici, con possibile blocco della vegetazione. Altrettanto importante è non irrigare nelle ore più assolate per evitare bruciature alle foglie, e non irrigare in giornate ventose, così da frenare le perdite d’acqua per evaporazione e traspirazione, tanto più che in presenza di vento la traiettoria degli irrigatori è alterata e la superficie risulta spesso bagnata in modo difforme.

Quanto irrigare. Le specifiche necessità delle essenze seminate, la natura del terreno, l’andamento climatico e la temperatura ambientale sono altrettanti fattori capaci di influenzare le esigenze idriche del prato e quindi la misura e, soprattutto, la frequenza delle irrigazioni.
I terreni, a seconda della loro natura, trattengono l’acqua per un tempo differente: nei suoli sabbiosi, dove le particelle sono alquanto distanziate, l’acqua penetra rapidamente e con pari rapidità scorre via; in quelli argillosi, invece, gli spazi tra le particelle sono ridottissimi per cui l’acqua vi penetra molto lentamente ma altrettanto lentamente filtra negli strati di terreno sottostanti.
Come regola generale si può quindi affermare che un prato in terreno sabbioso andrà innaffiato più di frequente rispetto a quello posto in terreno argilloso, la cui capacità di ritenzione idrica è, come si è visto, nettamente superiore. Anzi in questo caso bisognerà evitare di bagnare troppo spesso perché se i pori tra le particelle di terra sono occupati per troppo tempo dall’acqua, l’aria, indispensabile per una complessa serie di fenomeni tra cui la respirazione delle radici, ne viene esclusa. In un terreno di medio impasto, infine, per sua natura ottimale, la frequenza delle bagnature sarà superiore a quella dei suoli argillosi e inferiore a quella dei terreni sabbiosi.

Irrigare

Le innaffiature, inoltre, saranno più frequenti in presenza di temperature elevate e venti caldi e quando il prato è costituito da graminacee particolari come, per esempio, le specie appartenenti al genere Agrostis.
In generale dunque, alle nostre latitudini e tenuto conto delle variabili precedenti, il fabbisogno d’acqua di un prato, tra aprile e settembre, è di circa 3 litri per metro quadrato al giorno. Che non vuol dire, è chiaro, bagnare ogni giorno poco ma distribuire ogni 7-15 giorni 20-25 litri d’acqua per metro quadrato. Irrigare abbondantemente (lasciando comunque al terreno il tempo di asciugare prima di bagnare di nuovo) è fondamentale perché le erbe del prato sviluppino un apparato radicale profondo, ben disteso verso il basso, capace di “sostenere” un tappeto erboso robusto, resistente al calpestio e ai giochi dei bambini. Bagnando più di frequente ma in quantità ridotta, invece, non si farà altro che favorire la risalita delle radici alla ricerca di uno strato di terreno umido.
E se l’acqua disponibile è poca, insufficiente per soddisfare le esigenze del tappeto erboso? Innaffiare, anche se in misura inadeguata, o non innaffiare affatto? Per ciò che è stato appena detto è senz’altro meglio che il prato resti asciutto: l’erba non morirà, entrerà semplicemente in uno stato di dormienza, riprendendo a vegetare alla prima pioggia torrenziale. In un caso come questo, inoltre, la scelta delle sementi giuste, capaci di resistere a condizioni siccitose, è fondamentale. Avvedersi quando il prato soffre la mancanza di umidità non è difficile (i sintomi, già descritti, sono piuttosto evidenti), meno facile è accertare le necessità idriche del tappeto erboso e, soprattutto, capire se con l’irrigazione sono state soddisfatto.
Un modo però esiste. È quello di spruzzare il prato per un’ora o due, servendosi dell’irrigatore che si utilizza abitualmente; due o tre giorni più tardi si scaverà una piccola buca (allo scopo si può utilizzare un piantabulbi) profonda 15-20 centimetri. Se il fondo della buca è umido, la prossima irrigazione potrà essere all’incirca uguale. Se invece il fondo della buca si presenta asciutto, significa che l’innaffiatura non è stata sufficiente: è necessario allora aumentarne la durata.

Sistemi di irrigazione. Il sistema cui si ricorre più di frequente per irrigare il prato è quello “a pioggia”. L’acqua passa attraverso condutture fino ad arrivare agli ugelli degli irrigatori che ne variano forma e velocità in modo che ricada sul terreno sotto forma di gocce più o meno consistenti.
Un sistema tecnicamente suggestivo che soltanto ora incomincia a riscuotere notevoli consensi nell’irrigazione dei tappeti erbosi è quello chiamato “per subirrigazione”. Con questo metodo l’acqua è introdotta a pressione entro una rete di tubazioni permeabili in materiale plastico, interrata a una quarantina di centimetri di profondità, dalla quale fuoriesce diffondendosi per capillarità nella zona esplorata dalle radici.
I vantaggi di tale metodo sono rappresentati da minori costi di mano d’opera e, soprattutto, minori perdite d’acqua per evaporazione e ruscellamento. La rete di dreni posta eventualmente nel terreno per far defluire l’acqua in eccesso può venir sfruttata per un sistema di questo tipo, apportando l’acqua nei momenti siccitosi.

Irrigazione a pioggia. Con questo metodo l’acqua arriva sul terreno finemente suddivisa, in forma di pioggia. Nell’irrigazione di un prato è importante che il getto penetri nel suolo in modo lento e uniforme: se è troppo violento o male orientato può danneggiare le piante arrivando a scalzarle quando sono ancora molto piccole. I terreni argillosi, in particolare, richiedono, perché l’acqua possa filtrare in profondità, un getto finissimo. Un accorgimento in questi casi può essere quello di far funzionare l’irrigatore per 10-15 minuti, poi di dirigerlo altrove per ritornare dopo circa mezz’ora al punto di partenza, irrigando per altri 10-15 minuti.
I sistemi di irrigazione a pioggia possono essere mobili, semifissi e fissi. I primi sono costituiti da tubi flessibili di materiale plastico e irrigatori spostabili: rappresentano naturalmente la soluzione più economica e di più semplice installazione. Quelli semifissi sono costituiti da una rete idraulica interrata e da prese d’acqua distribuite qua e là nel giardino, cui attaccare gli irrigatori. Quelli fissi, infine (con comando manuale o automatico), presentano una rete idraulica interrata e irrigatori posti in punti strategici del tappeto.
Nel momento della scelta si dovrà tener conto della dimensione del prato, del tempo disponibile per la manutenzione, delle disponibilità idriche nonché economiche. Se è vero che un impianto fisso, in particolare se automatico, non è alla portata di tutte le tasche è altrettanto vero che nei paesi in cui l’irrigazione è la prima condizione per avere un tappeto erboso, molti terreni sono forniti proprio di un sistema di irrigazione di questo tipo.
L’efficacia del sistema a pioggia dipende in larga parte dalle prestazioni degli irrigatori (che devono polverizzare l’acqua e distribuirla uniformemente sul terreno), differenti per tipo e rendimento. Accanto alle lance, dispositivi posti all’estremità di uscita del tubo il cui scopo è di aumentare il flusso dell’acqua scomponendolo contemporaneamente in gocce più o meno sottili, esistono altri congegni specifici per l’irrigazione di superfici erbose più o meno ampie.
Gli irrigatori statici a pressione sono particolarmente adatti per piccole superfici, anche non pianeggianti, avendo un raggio d’azione di circa quattro metri; il getto è “a pioggia” ma, a seconda dell’ugello, può risultare polverizzato o orientato. Essendo piccoli e leggeri capita spesso che si rovescino: l’inconveniente è superato facendo ricorso agli irrigatori statici montati su puntale, da piantare nel terreno.
Gli irrigatori a braccia rotanti sono forse i più conosciuti, senz’altro i più numerosi. Ne esistono, infatti, molti tipi diversi: a due o tre braccia, con ugelli fissi o orientabili (questi ultimi consentono di variare l’ampiezza dell’area da irrigare), con basi di appoggio differenti (a puntale, a slitta, con longheroni di acciaio, eccetera). Molto diffusi sono anche gli irrigatori a braccio oscillante dai quali l’acqua esce veramente in forma di pioggia. Un braccio di alluminio, sul quale sono praticati tanti piccoli fori, mosso da un motore idraulico lancia un ventaglio di getti paralleli, avanti e indietro, bagnando interamente una superficie rettangolare. Alcuni sono dotati di un dispositivo che fa variare automaticamente la velocità di oscillazione del braccio, consentendo una certa uniformità di precipitazione anche alle estremità dell’area bagnata. In tutti può variare l’ampiezza dell’oscillazione e quindi quella dell’area irrigata.
Con gli irrigatori a intermittenza, infine (chiamati anche “intermittenti”, “battenti” o “a impulsi”), il getto d’acqua è lanciato lontano e, grazie a un rompigetto posto vicino all’ugello, frazionato in tante gocce. Il raggio di gittata prodotto da irrigatori di questo tipo è superiore a quello di qualunque altro irrigatore rotante; la rotazione può essere continua (con un giro completo di 360°) oppure a settori (con angoli di 180°, 90° e ancora inferiori). La base d’appoggio può essere a slitta (in questo caso l’irrigatore è basso sul terreno) oppure a treppiede (e allora le teste irrigatrici sono alte, per una migliore distribuzione dell’acqua) quando non addirittura rientrabile nel terreno, una volta che l’irrigatore è in riposo.

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