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BOSCHI E FORESTE : RISORSE RINNOVABILI
 
Tutte le estati, in Italia e altrove, si ripropone il problema degli incendi che distruggono i boschi. Esiste però un paese europeo dove gli incendi vengono appiccati alle foreste razionalmente e con finalità ambientaliste. Succede in Finlandia, nazione che, con la sua recente adesione dal gennaio di quest'anno all'Unione europea, ha aumentato notevolmente il patrimonio boschivo comunitario.
Gli incendi, controllati, vengono accesi in aree molto limitate per rigenerare le foreste in modo simile a quello naturale. Il fuoco, infatti, fa parte dell'ecologia forestale e, nel caso finlandese, della gestione ambientale. In questo paese infatti non esistono in pratica boschi naturali, nel senso di intonsi: tutti i boschi vengono gestiti e non vi è bosco che non sia stato una qualche volta tagliato, a eccezione di alcune foreste "seminaturali" (dove non sono stati effettuati tagli negli ultimi 50 anni) e di piccolissime aree quasi selvagge, le cosiddette wilderness, nella parte settentrionale, in Lapponia.
Gli alberi, per la maggior parte conifere, sono considerati "oro verde" e gestiti da oltre un secolo come una risorsa rinnovabile per produrre legno e cellulosa, soprattutto per l'industria della carta. Questa "coltivazione" ha favorito sul lungo termine le conifere, assolutamente dominanti nel verde panorama finlandese, con una limitata presenza di betulle (il 10 per cento circa), ma negli utlimi anni viene lasciato spazio anche alle latifoglie nell'ambito del discorso più generale di difesa della biodiversità.
All'aeroporto di Kajani, cittadina al centro della Finlandia dove ha sede una delle grandi industrie cartarie, i viaggiatori sono accolti da un manifesto con un orso dall'aria amichevole tra gli alberi e lo slogan "I love Kainuu forest" (e fin qui niente di speciale), ma un'altra scritta esemplifica bene la mentalità finlandese: "Our national heritage, our daily bread". La natura, insomma, fornisce il pane quotidiano ed è un patrimonio di tutta la nazione, ereditato dai progenitori e da lasciare alle generazioni future. (La proprietà delle foreste è pubblica per meno di un terzo, mentre il resto appartiene a circa 300 000 privati.) Questa visione può sembrare un po' utilitarista, ma certo è servita a salvaguardare il verde e ha contribuito alla ricchezza del paese. Basti pensare che attualmente le esportazioni dell'industria forestale costituiscono il 36 per cento delle esportazioni complessive.
Il programma "Foresta più", ossia la gestione della foresta come risorsa rinnovabile, che produce più di quanto venga tagliato – e da usare anche per divertirsi, passeggiare, raccogliere frutti di bosco – ha infatti funzionato: ora ci sono più alberi di un secolo fa. L'uso della silvicoltura è regolato da leggi da oltre un secolo; è infatti del 1886 il primo "Atto per la gestione del patrimonio forestale", una legge riformulata in maniera più precisa nel 1929 e poi successivamente modificata per adeguarla alle maggiori esigenze dell'industria e ai sempre nuovi problemi legati alla conservazione dell'ambiente. A partire dagli anni settanta sono state infatti varate iniziative per diminuire l'impatto ambientale dell'industria cartaria, dapprima con il trattamento delle acque reflue e, dagli anni ottanta, con il controllo delle emissioni gassose (soprattutto solfuri) e con la riduzione della quantità di acqua, e di cloro, impiegata. Per l'attuazione di questi programmi di difesa dell'ambiente ogni anno vengono stanziati fondi pari al 15 per cento circa del valore del legname tagliato. Dal 1985 a oggi sono stati spesi in media ogni anno 150 miliardi per la protezione delle acque; 80 miliardi per il controllo delle emissioni gassose e 40 miliardi per il trattamento di altri scarichi. Alle misure strettamente protettive si affiancano anche attività di recupero come la produzione di energia dai prodotti di scarto e dalla combustione dei gas di scarico prima della loro emissione all'esterno per il fabbisogno degli impianti e delle comunità circostanti.
La ricerca tecnologica finalizzata alla riduzione dei quantitativi d'acqua da usare nel processo industriale ha permesso di raggiungere risultati notevoli; per la produzione di una tonnellata di cellulosa si è passati infatti dai 200 metri cubi d'acqua di 20 anni fa ai 50 di oggi. Un modernissmo impianto che entrerà in funzione nel 1996 ne utilizzerà solo 15. Anche per quanto riguarda le acque reflue, che già vengono reimmesse nei laghi e nei fiumi prive di sostanze tossiche e con un carico organico 15 volte inferiore ai valori degli anni settanta, sono di imminente installazione i primi impianti a circuito chiuso che risolveranno definitivamente il problema.
Con il "Nuovo programma ambientale per l'industria forestale" del 1994 – che ha fatto proprio il concetto di "sviluppo sostenibile" portato avanti dalla Conferenza mondiale delle Nazioni Unite di Rio de Janeiro del 1992 e poi ribadito alla Conferenza interministeriale per la protezione delle foreste in Europa, tenutasi a Helsinki nel 1993 – il Governo finlandese ha voluto dare molto spazio alla conservazione della biodiversità; il che significa in questo caso, e semplificando molto, non eccedere in "pulizia e ordine" e permettere che ci siano anche paludi, cespugli, piante caduche, tronchi marci, e così via. La Finnish Forest Industries Federation (FFIF) si dichiara infatti alla ricerca "dell'equilibrio tra sfruttamento economico delle foreste, conservazione del patrimonio naturale, tutela dell'ambiente e cura della biodiversità".
In passato, come ha riconosciuto anche Pertti Laine direttore della FFIF, l'impatto sull'ambiente dell'industria forestale non è stato trascurabile. Molto territorio paludoso è stato prosciugato e coltivato; si sono usati pesticidi e si è arato il terreno dove poi si piantavano alberi; si sono costruite grandi strade all'interno delle foreste per il trasporto dei tronchi. Per questo le autorità finlandesi stanno elaborando una nuova legge ambientale e nel 1994 hanno pubblicato una guida per la pratica della selvicoltura ecocompatibile. Questo programma prevede l'eliminazione completa della pratica dell'aratura dei terreni boschivi (peraltro già limitata) e dell'uso di erbicidi, sconsiglia la pratica del taglio "a raso" e raccomanda la "semina naturale", ovvero con i semi che cadono dalle piante rimaste.
La coltivazione industriale delle foreste ha eliminato inoltre molte forme di vita – piante, funghi, animali – che vivono nei tronchi marci. Se ne rese conto nel 1991 lo stesso Ministero dell'ambiente finlandese stimando in 1692 le specie a rischio. Si tratta soprattutto di insetti e di altri invertebrati che vivono nel legno in putrefazione, ma la mancanza di vecchi alberi ha messo in crisi anche alcuni mammiferi e diverse specie di uccelli, soprattutto quelli che nidificano nei buchi dei tronchi, come i picchi, e in particolare il picchio dorsobianco, gli astori, i falchi pellegrini, alcune cincie, fra cui la cincia dal ciuffo e la cincia bigia alpestre, l'allocco degli Urali e la civetta capogrosso.
Proporre, come vorrebbe la FFIF, il proprio modello di gestione delle foreste al resto dell'Europa è un po' utopistico. Si tratta di una esperienza poco esportabile per le particolarità ambientali e culturali della Finlandia. Basti pensare che questo paese ha, su una superficie di 338 000 chilometri quadrati (di cui 33 000 di laghi e laghetti), solo 5 milioni di abitanti. Può però essere di esempio per molti il passaggio riuscito da una gestione delle foreste produttivista e un po' riduttiva a una visione più ampia e complessiva dell'ambiente. La natura non va considerata solo una risorsa economica, ma va difesa nella sua varietà di forme, anche se questo comporta un costo elevato, perché, come diceva anche la convenzione firmata a Rio nel 1992, la biodiversità ha un "valore intrinseco".
 
 
 
 

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